Come il caro petrolio potrebbe rafforzare l’euro e sostenere persino i bond

Il rincaro del petrolio finirebbe per rafforzare l'euro. Ecco come nuovi capitali dall'Asia e Nord Europa potrebbero fluire presto nell'Eurozona.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il rincaro del petrolio finirebbe per rafforzare l'euro. Ecco come nuovi capitali dall'Asia e Nord Europa potrebbero fluire presto nell'Eurozona.

Petrolio a 75 dollari per il Brent e 69 per il Wti americano. Le quotazioni sono salite del 20% in meno di 2 mesi e mezzo, raggiungendo i massimi da circa 3 anni e mezzo. Per i mercati, se non è allarme, poco ci manca. I rendimenti decennali dei Treasuries sono arrivati al 3% per la prima volta in 4 anni sulle attese di una reflazione in corso più veloce delle precedenti attese, con l’inevitabile stretta monetaria della Federal Reserve a passo più sostenuto. E quando i rendimenti americani salgono sopra i livelli attuali, di solito i mercati ripiegano, in previsione di un rallentamento dell’economia USA e nel resto del mondo. Del resto, petrolio più caro significa prezzi più alti alla produzione e alla pompa presso le economie importatrici, ovvero consumi più bassi. Tutto vero, ma il mondo è più complicato di come lo descriviamo per ragioni di sintesi. E il rincaro del greggio comporta effetti benefici indiretti persino per mercati come USA, Europa e Giappone.

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Al 30 settembre scorso, si stima che nel mondo vi fossero fondi sovrani per 7.400 miliardi di dollari, di cui 4.200 miliardi legati a greggio e gas. Molti paesi produttori, come Arabia Saudita e Norvegia, utilizzano i proventi derivanti dalla vendita di petrolio da parte delle rispettive compagnie statali per alimentare le finanze statali da un lato e accumulare risorse dall’altro, queste ultime assegnate in capo a un fondo nazionale, che nel caso di Riad non assume la portata di entità sovrana vera e propria. Più alte le quotazioni, maggiori le entrate.

Ora, i fondi sovrani devono investire queste migliaia di miliardi di dollari detenute. Per farlo, acquistano titoli denominati in valuta nazionale ed estera, oltre che persino immobili. Ne è esempio il fondo norvegese, le cui dimensioni hanno superato nel 2017 la bellezza dei 1.000 miliardi di dollari, pari al doppio del pil nazionale. Che cosa succede, quindi, quando le quotazioni salgono? Che avendo più soldi in cassa, questi fondi finiscono per accrescere la domanda di asset finanziari, ovvero di azioni e obbligazioni, anzitutto. Nel 2015, quando si registrò il crollo delle quotazioni, per Barclays la domanda di tali titoli nel mondo si ridusse di 400 miliardi.

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Pertanto, ora che le quotazioni si sono portate non ai massimi, ma almeno ai livelli di fine 2014, dovremmo immaginare che nuova liquidità si riverserà sui mercati finanziari più avanzati. Anche in questo caso, gli automatismi non sarebbero così scontati. Per prima cosa, dopo avere bruciato centinaia di miliardi di dollari per il crollo delle quotazioni e delle entrate fiscali, i fondi sovrani potrebbero, almeno in parte, approfittare di questa fase per sostenere i rispettivi governi nel tamponare i deficit, anziché ributtarsi a capofitto su azioni e bond. Inoltre, non è nemmeno detto che acquistino asset a casaccio, ovvero che tornino a premiare Wall Street e i Treasuries. Volendo diversificare, in portafoglio potrebbero essere inseriti titoli denominati in euro, yen, etc., anziché dollari.

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Se questo scenario dovesse materializzarsi, il caro greggio avrebbe l’effetto di far affluire capitali nell’Eurozona, rafforzando la moneta unica e sostenendo i corsi azionari e obbligazionari. Si consideri che il rialzo atteso dei tassi BCE nei prossimi anni dovrebbe disincentivare l’acquisto di bond nell’area, ma per un investitore straniero, come i fondi sovrani, la scommessa riguarda anche il cambio, per cui almeno parte della discesa dei prezzi verrebbe compensata dal rafforzamento dell’euro. E proprio il rincaro del barile spinge a ipotizzare un euro più forte, dato che il surriscaldamento conseguente delle aspettative d’inflazione avvicinerebbe la stretta di Francoforte, quando oggi i tassi nell’Eurozona sono ancora azzerati e la liquidità sui mercati è elevatissima.

Si tenga conto, infine, di un effetto-ricchezza benefico per i consumi, derivante dall’eventuale sostegno agli asset finanziari da parte dei petrodollari. Certo, non saremmo dinnanzi a un esito marcato e diffuso, come magari si avrebbe negli USA, dove azioni e obbligazioni sono piuttosto diffuse tra le famiglie. In ogni caso, dalla Norvegia al Medio Oriente arriverebbe un piccolo aiuto in una fase che si annuncia lunga e complicata: quella che ci transiterà verso la normalizzazione monetaria.

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Argomenti: bond sovrani, Cambio euro-dollaro, Petrolio, quotazioni petrolio, rendimenti bond