Carige cerca la salvezza tra bond, Npl e garanzie statali: ecco i passi per uscire dalla crisi

Ecco i passi che Carige dovrà compiere per salvarsi, a partire dal bond subordinato emesso solo un paio di mesi fa. E il governo interviene con una dote di 1,3 miliardi di euro.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Ecco i passi che Carige dovrà compiere per salvarsi, a partire dal bond subordinato emesso solo un paio di mesi fa. E il governo interviene con una dote di 1,3 miliardi di euro.

Il presidente Sergio Mattarella ha firmato il decreto varato dal governo Conte lunedì sera, che di fatto salva Banca Carige dal rischio di una liquidazione altrimenti necessaria. Adesso, è lotta contro il tempo per cercare di mettere in sicurezza l’istituto ligure. Il Tesoro, si apprende, ha stanziato un fondo da 1,3 miliardi, di cui 1 miliardo di euro per l’eventuale ricapitalizzazione precauzionale, nel caso fosse richiesta dai commissari, i quali la considerano una “ipotesi residuale”, mentre altri 300 milioni servirebbero a copertura delle emissioni obbligazionarie e di ogni altro finanziamento ricevuto dalla Banca d’Italia fino a un massimo di 3 miliardi. Il fondo sarà disponibile fino ai prossimi 6 mesi.

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Dal canto suo, i commissari hanno già incontrato i vertici dello Schema Volontario di Intervento, partecipato dalle banche italiane aderenti al Fondo interbancario di tutela dei depositi, che solo un paio di mesi fa ha sottoscritto il bond subordinato da 320 milioni di euro emesso da Carige. Allora, l’obbligazione era stata garantita dall’aumento di capitale di 400 milioni, che nei fatti lo avrebbe rimborsato. Quest’ultimo, come sappiamo, è saltato per l’opposizione del principale azionista, Malacalza Investimenti, e ha fatto scattare il commissariamento. Di conseguenza, il bond avrà adesso durata decennale e l’interesse da corrispondere sale dal 13% pattuito al 16%. I commissari puntano a dimezzarlo all’8%. Sarebbero troppi gli oltre 51 milioni annui da sborsare solo per pagare il tasso fisso allo SVI. Con l’8%, la banca risparmierebbe già sui 25 milioni e mezzo all’anno, qualcosa come oltre 250 milioni nell’arco del decennio. Per un istituto che ha un patrimonio di 2 miliardi e che in borsa capitalizza appena 80 milioni, non proprio noccioline.

Accetteranno le altre banche italiane di ricevere di meno, pur a fronte di una situazione di rischio esplosa con il mancato aumento? Lo SVI dovrebbe tenere eventualmente un’assemblea e nulla appare scontato, anche se la moral suasion delle istituzioni, a partire da Bankitalia, possiamo scommettere che si farà avvertire. Del resto, l’alternativa sarebbe la conversione del bond in azioni, con la conseguenza che lo SVI si ritroverebbe nel capitale di una banca, che non ambisce certamente ad amministrare o controllare, peraltro con il rischio di ritrovarsi con un pugno di mosche, se com’è avvenuto negli ultimi anni, il valore delle azioni non farà che continuare a precipitare.

I nodi crediti a rischio e aumento

L’altro passo fondamentale da compiere riguarda, invece, gli Npe, la misura più estesa degli Npl, i crediti deteriorati. Dopo la cessione di un portafoglio di 964 milioni di euro al 22% del valore iniziale, Carige continua a possedere crediti a rischio per un controvalore lordo superiore al 20% del totale e netto intorno al 9,5%. I commissari punteranno con il nuovo piano finanziario ad abbattere tali percentuali tra il 5% e il 10%. In sostanza, bisogna dimezzare gli Npl, operazione da circa 1,7 miliardi di euro. Per farlo, intendono attuare una “due diligence”, nominando un gruppo di massimi esperti del settore, con l’obiettivo di scovare tra i portafogli a rischio valore potenziale da recuperare con le azioni opportune.

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In ogni caso, serve tempo. Cedere tutti gli Npl subito servirebbe a fare pulizia dei bilanci, ma impatterebbe negativamente sui prezzi, cosa che amplierebbe le perdite, rendendo più onerosa la ricapitalizzazione necessaria. Considerando che gli Npl risultano coperti già al 53,7% del loro valore lordo, il “buco” potenziale massimo riguarda il restante 46,3%, stando ai dati del terzo trimestre, qualcosa come 1,6 miliardi. Tuttavia, è evidente che i crediti non verranno ceduti a zero nemmeno nel peggiore dei casi. Anche solo immaginando che saranno acquistati da veicoli terzi a un quinto del loro valore, cioè il prezzo medio scontato nell’ultimo biennio, la perdita massima sarebbe stimabile in 900 milioni. Da qui, il limite del miliardo stanziato dal Tesoro per l’eventuale ricapitalizzazione precauzionale, che scatterebbe nel caso in cui Carige non fosse in grado di trovare un partner con cui sposarsi o di reperire sul mercato i capitali necessari.

Resta da vedere se i Malacalza usciranno di scena con il loro 27,55% o se parteciperanno al quarto aumento dal 2014. La loro quota attualmente vale solo 23 milioni e se volessero mantenerla intatta, dovrebbero sborsare fino a 280 milioni nel caso di una ricapitalizzazione di un miliardo, molti di più dei 110 richiesti dall’aumento bocciato a dicembre. Il punto è che verosimilmente nessun altro grosso investitore di peso si mostrerà disponibile a investire quattrini in una banca controllata da altri, i quali dopo gli ultimi avvenimenti non godono certo di buoni rapporti con gli organismi di vigilanza nazionali ed europei. Da qui, l’ipotesi ben più credibile di una fusione con un grande istituto, meglio nazionale, almeno stando ai desiderata del governo. In pole position vi sarebbe Unicredit, la banca sistemica tricolore, anche se vi sarebbe il problema non secondario della sovrapposizione di rete, con Carige a possedere 183 filiali in Liguria e Piazza Gae Aulenti altre 104, di cui 61 solo a Genova. Questioni non dirimenti, però, se da salvare c’è l’ottava banca italiana in 3 anni.

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Argomenti: Banche italiane, crediti deteriorati, Crisi delle banche, Economia Italia