CRISI EUROZONA, BCE, CRISI EURO

Crisi euro, capitali in fuga da Italia e Spagna verso la Germania

Capitali ancora in fuga da Italia e Spagna, che a gennaio hanno perso insieme oltre 30 miliardi. I flussi si dirigono in Germania, segno che il mercato avrebbe paura per la tenuta dell'euro.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Capitali ancora in fuga da Italia e Spagna, che a gennaio hanno perso insieme oltre 30 miliardi. I flussi si dirigono in Germania, segno che il mercato avrebbe paura per la tenuta dell'euro.

Prosegue la fuga dei capitali dal Sud Europa, come confermano anche gli ultimi dati della BCE sui saldi del Target 2, il sistema di pagamento interno all’Eurozona, che capta i rapporti di credito/debito tra le banche commerciali e centrali dell’unione monetaria. Al 31 gennaio scorso, l’Italia ha visto incrementare le sue passività di 8,1 miliardi, salendo al saldo negativo record di 364,7 miliardi, il più alto di tutta l’area. A seguire, la Spagna ha registrato deflussi per altri 22,1 miliardi, schizzando a 350,2 miliardi, il secondo dato più alto dopo la Grecia, se rapportato al pil nazionale. Al contrario, la Francia ha assistito a un marginale miglioramento della sua posizione per 1,4 miliardi a -12,4 miliardi. La stessa Grecia, tornata alla ribalta delle cronache finanziarie per le solite tensioni con i creditori pubblici, ha visto scendere la sua posizione negativa di 2 miliardi a -70,3 miliardi.

Questi dati segnalano che dalle due principali economie del Sud Europa sono defluiti in appena un mese oltre 30 miliardi e che la sola Germania ne ha accolti per oltre 31 miliardi, salendo al nuovo record positivo di 795,6 miliardi. Se, poi, il confronto lo facessimo con la situazione in vigore alla fine del 2015, scopriamo che dall’Italia si sono messi in fuga capitali per circa 118 miliardi, dalla Spagna per 96 miliardi, mentre la Germania ha beneficiato di ingressi per 221,4 miliardi e la Francia per 17. (Leggi anche: Capitali in fuga dai bond, a pagare di più sono Italia e Spagna)

Il QE non spiega la fuga dei capitali dal Sud Europa

Sappiamo che la BCE fornisce una spiegazione ufficiale apparentemente meno preoccupante di quanto possiamo ipotizzare, ovvero sostenendo che gli ingenti deflussi da alcune economie in favore di altri sarebbero conseguenza dell’attuazione del “quantitative easing”, il piano di acquisto di titoli di stato e Abs, covered e corporate bond dell’Eurozona. Nella pratica, le banche centrali effettuano l’80% di tali acquisti, per cui se la Banca d’Italia acquista BTp da un investitore tedesco, formalmente a bilancio segnerà un debito corrispondente a un versamento a beneficio della Germania, mentre la Bundesbank iscriverà un credito per lo stesso ammontare.

Lungi dal rassicurare, questa spiegazione si mostra parziale: perché mai il mercato, liberandosi di BTp e Bonos, non utilizza anche solo in parte il denaro ricevuto per investirlo in altri assets italiani e spagnoli? Stando così le cose, il QE non sarebbe altro che uno spostamento di capitali privati dal Sud verso il Nord Europa, a conferma che gli investitori non nutrirebbero fiducia alcuna verso le economie meridionali. (Leggi anche: La possibile fine dell’euro spiegata ai non addetti ai lavori)

Capitali in fuga da Nord a Sud con la crisi del 2008

Alla fine del 2008, l’Italia registrava ancora un saldo attivo di quasi 23 miliardi, la Spagna uno negativo di 35 e la Francia di quasi 118, mentre la Germania era in verde di soli 115 miliardi. Da allora, quindi, il nostro paese ha registrato deflussi per complessivi quasi 400 miliardi, la Spagna per circa 320, mentre Francia e Germania hanno accolto capitali rispettivamente per circa 100 e 680 miliardi.

Cosa stia spingendo gli investitori a portare i loro denari al Nord non sembra difficile capirlo: temono la fine dell’euro. I saldi del Target 2 sono doppiamente negativi nel loro complesso. In primis, perché segnalano sfiducia verso l’Eurozona e una situazione intrinsecamente instabile, dato che la moneta unica è nata anche con lo scopo di far fluire capitali e far attecchire la crescita anche dove ciò avveniva con minore intensità. In secondo luogo, rende potenzialmente molto più dolorosa l’eventuale rottura dell’unione monetaria.

Si ricordino le parole del governatore della BCE, Mario Draghi, che a gennaio aveva spiegato, in risposta a una interpellanza da parte di due europarlamentari italiani, che prima di uscire dall’euro, un paese dovrebbe saldare la propria posizione relativa al Target 2. Insomma, se l’Italia volesse tornare alla lira, dovrebbe sborsare prima oltre 360 miliardi, il 22-23% del pil, dovendo chiudere le posizioni debitorie accese verso il resto dell’Eurozona. Pagamenti, che sarebbero sostenuti dalle nostre banche e da Bankitalia. Data l’esosità della somma, parliamo solo di formalità, che nella pratica implicherebbe un processo disordinato di riappropriazione della sovranità monetaria e con conseguenze pesanti per la tenuta del sistema finanziario europeo nel suo complesso. (Leggi anche: Fuori dall’euro possibile, clamorosa svolta di Draghi)

 

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Argomenti: Crisi Eurozona, Bce, Crisi Euro

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