Caos vaccini, così l’Unione Europea fa flop quando serve e rinvia la ripresa dell’economia

Le campagne di vaccinazione in tutta Europa rallentano e Bruxelles si mostra impotente dinnanzi ai tagli delle forniture delle case farmaceutiche. Conseguenze su PIL e lavoro.

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Varianti covid lockdown

Le campagne nazionali di vaccinazione nell’Unione Europea subiranno notevoli ritardi. In Italia, quest’oggi Pfizer ci spedirà 455.000 dosi, anziché le 530.000 come da contratto. E anche AstraZeneca ha annunciato dimezzamento delle forniture per le prime settimane dopo avere ottenuto il via libera dell’EMA, che si attende per fine gennaio. Nel complesso, includendo anche le poche dosi commissionate a Moderna, entro il primo trimestre dovremmo avere a disposizione circa 15 milioni di dosi contro le 28 milioni preventivate. Questo significa che il programma del governo Conte, che prevedeva che entro il primo trimestre sarebbero state vaccinate 14-15 milioni persone, è saltato. Adesso, la speranza è che si arriva almeno a 7,5 milioni. Oltre al personale sanitario, si arriverebbe a coprire solo una porzione della fascia della popolazione più anziana, sostanzialmente gli over 80 e una minima fetta degli over 70. E questo è un problema.

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I ritardi nelle consegne non potranno essere colmati, ha ammesso il commissario all’emergenza Covid, Domenico Arcuri, che ha spostato al primo trimestre dell’anno prossimo l’obiettivo della copertura dell’80% della popolazione, sempre che nel frattempo le varianti del virus non impongano una rimessa in discussione della strategia adottata o che l’immunità dei primi vaccinati non inizi a venir meno. La situazione è così allarmante, che la Germania non ha escluso di voler utilizzare il vaccino russo Sputnik, chiaramente dopo che l’EMA avrà eventualmente concesso l’autorizzazione. L’Ungheria ne ha già fatto richiesta. Non sappiamo se sia un modo dei tedeschi per mettere alle strette i colossi farmaceutici americani e inglesi o se davvero non stiano ipotizzando di importare i vaccini da Mosca.

Cosa stia accadendo di preciso non è dato sapere. Pfizer e AstraZeneca si giustificano adducendo problemi alla produzione. E’ vero che il grosso delle dosi consegnate si ha nel Vecchio Continente, ma come interpretare il fatto che Israele abbia già vaccinato quasi il 42% della popolazione, il Regno Unito oltre il 10% e gli USA più del 6%, quando nella UE i meglio messi siamo noi italiani con poco più del 2%? Per il principio di proporzionalità, le consegne non sarebbero dovute essere spalmate un po’ più equamente o dietro ai contratti che qualcosa di non detto? Il punto è proprio questo. La Commissione europea ha gestito le negoziazioni per tutti i 27 stati membri, al fine di accentrare un potere contrattuale teoricamente enorme e spuntare le migliori condizioni possibili con le case farmaceutiche. E’ accaduto l’esatto contrario.

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Gli stati piccoli, medi o grandi che hanno trattato direttamente fuori dalla UE stanno riuscendo a coprire più velocemente le rispettive popolazioni, mentre le forniture concordate da Bruxelles sono saltate. Non è che Ursula von der Leyen ha avuto il braccino corto e ha pagato poco o, comunque, meno degli altri le dosi prenotate? E Pfizer e AstraZeneca, che sono soggetti privati con scopo di lucro, non stiano preferendo deviare le forniture a favore di quei governi che hanno pagato di più? Il caso di Israele è lampante. Il premier Benjamin Netanyahu non lo ammette esplicitamente, ma fa trasparire dalle sue dichiarazioni che sarebbe riuscito a concordare con il CEO di Pfizer condizioni migliori che altrove, chiaramente dietro più lauti compensi.

Risparmiare qualche centinaio di milioni di euro a livello europeo non porterà alcun sollievo ai bilanci comunitari, incidendo per lo zero virgola, mentre potrebbe avere conseguenze devastanti per la ripresa della nostra economia. Senza che venga raggiunta al più presto l’immunità di gregge, le attività economiche nel continente non potranno riaprire del tutto. E questo farà sì che l’appuntamento con la ripresa economica venga spostato in avanti, forse a partire dalla seconda metà dell’anno.

C’è il rischio che il PIL quest’anno cresca molto meno delle previsioni, già riviste al ribasso o che, addirittura, senza una riapertura definitiva e totale entro pochi mesi finisca per contrarsi nuovamente. Sarebbe un massacro dal punto di vista economico, occupazionale, sociale e fiscale.

A conti fatti, la UE ha fallito nel momento in cui avrebbe dovuto dimostrarsi finalmente utile. Ha solo preso tempo con il Recovery Fund, senza che ancora alcun governo abbia visto il becco di un quattrino. E sono passati 10 mesi dall’esplosione della crisi economica e sanitaria nell’Occidente. L’unico reale sostegno offerto agli stati dell’Eurozona continua ad arrivare dalla sola BCE, che di questo passo sarà costretta a potenziare i suoi piani di acquisto dei bond, altro che utilizzare parzialmente il PEPP. Insomma, il 2021 ce l’eravamo immaginati come una via d’uscita dall’incubo del 2020. In queste prime settimane del nuovo anno, sembra che il tunnel sia più lungo di quanto temessimo.

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