Caos Brexit, sterlina giù: Theresa May vicina alle dimissioni?

La premier Theresa May è sempre più contestata nel suo stesso partito. La gestione della Brexit si complica e il discorso reso ai Tories non aiuta.

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La premier Theresa May è sempre più contestata nel suo stesso partito. La gestione della Brexit si complica e il discorso reso ai Tories non aiuta.

La conferenza annuale dei Tories evidentemente non porta bene alla premier Theresa May. Se un anno fa, il suo discorso alla fine di settembre accelerò la crisi della sterlina, percepito come un avallo alla “hard Brexit”, quest’anno il capo del governo britannico è riuscito a trasformare in un disastro d’immagine un evento che avrebbe dovuto porre le basi per una riscossa di immagine del Partito Conservatore, dopo le elezioni generali di giugno a dir poco fallimentari.

La May ha tenuto un discorso costellato di incidenti. Dapprima, un comico è riuscito a salire sul palco mentre parlava, consegnandole un modello P45, quello che nel Regno Unito viene dato ai dipendenti alla fine del rapporto di lavoro per ragioni fiscali. La breve interruzione è solo l’inizio di un incubo per la donna, colpita da numerosi attacchi di tosse. E ciliegina sulla torta: alle sue spalle cade la lettera “f” della scritta “Building A Country That Works For Everyone” (“Costruiamo Un Paese Che Funzioni Per Tutti”), trasformando lo slogan “Costruiamo un Paese che Funzioni O Tutti”.

Fatto sta che dopo questo discorso, la sterlina arretra contro il dollaro di oltre mezzo punto percentuale nella seduta di oggi, scendendo a un cambio di 1,316, ai minimi da oltre tre settimane. Tutto per qualche colpo di tosse, un commediante e una scenografia non impeccabile? Non proprio. Nelle ultime ore si stanno intensificando le voci tra le file dei Tories su possibili dimissioni della May entro l’anno. A uscire allo scoperto è stato Ed Vaizey, che fu ministro del governo Cameron, non riconfermato nel ruolo dalla premier attuale, secondo il quale una trentina di deputati conservatori sarebbe pronta a metterne formalmente in discussione la premiership. Stando alle regole del partito, servirebbero 49 deputati per fare scattare formalmente la competizione interna per la successione, ma con un governo che si regge in Parlamento sui voti di un altro partito, quello degli unionisti irlandesi, bastano pochissimi dissensi interni per mandare in crisi Downing Street. (Leggi anche: Sterlina debole dopo terzo round dei negoziati sulla Brexit)

Premiership di Theresa May contestata

La May si è scusata con i Tories per il risultato fallimentare delle elezioni anticipate, chieste proprio da lei nel tentativo di ampliare la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento, finendo per ridurla.

Ha definito la sua campagna elettorale “scontata e troppo presidenziale”. Ha fornito diversi spunti sul futuro del Regno Unito dopo la Brexit, ha chiesto di non interessarsi più di tanto di Jeremy Corbyn, il leader laburista. Evidentemente, non ha scaldato granché i cuori dei conservatori, se è vero che la sua leadership traballa vistosamente in queste ore.

Pochi giorni fa, il suo ministro degli Esteri, Boris Johnson, ex sindaco di Londra, ha reso al quotidiano britannico Telegraph una lunga intervista, nella quale ha inveito pesantemente contro la May, tanto che dal suo partito si sono levate diverse voci per chiederne le dimissioni dal governo. E, invece, adesso proprio Johnson sembra in pole position per assumere le redini del partito e, quindi, dell’esecutivo, se la May dovesse essere sfiduciata dai suoi stessi deputati, anche se il passaggio non avverrebbe in Parlamento. (Leggi anche: Inizia negoziato sulla Brexit e Theresa May è già anatra zoppa)

Boris Johnson si scalda per fare il premier?

Questa estate, sempre dagli ambienti dei Tories erano trapelate indiscrezioni sulle dimissioni della premier nel settembre del 2019, ovvero dopo 6 mesi dalla probabile conclusione del negoziato sulla Brexit con la UE. In questo modo, il partito avrebbe tutto il tempo per scegliersi un successore, il quale entrerebbe a Downing Street con la prospettiva di altri quasi 3 anni di governo e sgravato dal duro lavoro della gestione delle pratiche di divorzio tra Londra e Bruxelles.

Pochi giorni fa, il capogruppo del PPE all’Europarlamento, Manfred Weber, aveva chiesto esplicitamente alla May di licenziare Johnson per agevolare le trattative sulla Brexit. L’uomo è considerato un ostacolo da Bruxelles per un esito favorevole del negoziato, contrario alla cosiddetta “Brexit bill”, ovvero al pagamento delle spese richieste dalle istituzioni comunitarie, quali impegni già assunti dal Regno Unito per programmi sottoscritti e da realizzare nei prossimi anni, nella sua qualità di membro comunitario.

Adesso, la UE rischia di ritrovarselo a Downing Street tra qualche mese e la sterlina starebbe scontando proprio un simile evento, che renderebbe meno probabile per l’economia britannica restare nel mercato comune europeo e alla sua industria finanziaria di conservare l’attuale status dominante su tutto il Vecchio Continente. Tuttavia, siamo ancora nella fase delle voci, vedremo se nei prossimi giorni e settimane si tradurranno in rumore sempre più assordante per le orecchie della May. (Leggi anche: Brexit, euro-scettici rafforzati nel governo)

 

 

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