Canone Rai, ecco perché nessun governo vuole abolirlo

Il canone Rai potrebbero essere abbassato di molto, ma nessun governo ha intenzione di ridurlo. Ecco perché e come potrebbe farlo.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il canone Rai potrebbero essere abbassato di molto, ma nessun governo ha intenzione di ridurlo. Ecco perché e come potrebbe farlo.

Quest’anno esordisce il canone Rai in bolletta. Insieme a quella della luce, infatti, a partire dal pagamento di luglio, si verserà anche l’importo dovuto per il sostentamento del servizio radio-televisivo pubblico. Saranno 70 euro in più nel cuore dell’estate, mentre nelle successive bollette si verseranno i restanti 30 euro. La riforma, voluta dal governo Renzi, punta ad eliminare o minimizzare l’evasione del canone (stimata al 27% del totale, pari a 500 milioni), considerato dagli italiani, stando a diversi sondaggi, il balzello più sgradito. Chiunque abbia l’allaccio alla luce, quindi, automaticamente pagherà anche per poter guardare i programmi della TV pubblica e seguire quelli alla radio, sempre della Rai.

Canone Rai davvero necessario?

Per quanti abbiano sempre pagato, rispetto allo scorso anno l’onere sarà di 13,50 euro in meno, mentre per i “furbetti” – e sono tanti – non ci sarà quasi alcuno scampo e dovranno arrendersi al pagamento dell’odiata tassa. Il canone Rai è formalmente giustificato dal dover sostenere il servizio pubblico. La logica alla base di questa assunzione è la seguente: affinché gli italiani abbiano diritto a trasmissioni di carattere informativo e formativo, slegate da interessi specifici e privati, è necessario che la Rai le finanzi ricorrendo a una forma di raccolta pubblica, non essendo così soggetta ai condizionamenti degli sponsor, i quali minerebbero sia l’autonomia informativa, sia le finalità educative del servizio pubblico, oltre alla loro stessa qualità.        

Rai è un carrozzone pubblico

Infatti, finanziarsi con la pubblicità esige ascolti, i quali spesso sono relativamente bassi per i programmi di un certo livello qualitativo. E si capisce bene che se una banca finanzia, per ipotesi, una trasmissione televisiva, piazzando la sua promozione nella fascia oraria in cui viene mandata in onda, difficilmente quella stessa trasmissione sarà nelle condizioni di garantire con obiettività un dibattito sul sistema del credito in Italia. Fin qui, la teoria. Passando alla pratica, scopriamo facilmente che nessun gruppo televisivo pubblico in Europa come la Rai è così dominato quasi manu militari dalla politica, che ne condiziona l’intera offerta e ne affievolisce la qualità e la credibilità. Chi di voi ritiene con tutta onestà che un TG Rai sia più obiettivo di uno privato? E che l’informazione complessivamente offerta al pubblico si caratterizzi per maggiore completezza e qualità di contenuti? Entrate certe e indipendenti proprio dalla qualità del servizio reso hanno provocato nel corso dei decenni quasi una tendenza lassista dentro gli studi della TV pubblica, dove prevalgono ormai palesemente logiche commerciali non dissimili da quelle imperanti nei canali privati. L’attenzione allo share, agli ascolti non è meno presente in Rai che in Mediaset, La7 o il gruppo Sky. Eppure, quasi i 3 quarti del fatturato derivano proprio dalla riscossione del canone, mentre un quarto, pari a 675 milioni di euro, dalla raccolta pubblicitaria. Due miliardi e mezzo di fatturato non sono sufficienti ancora a garantire il sostentamento di quasi 12 mila dipendenti, il doppio di quelli del gruppo Mediaset, il quale ha chiuso il 2014 con ricavi per 3,4 miliardi. In pratica, un dipendente del Biscione crea valore mediamente per quasi 600 mila euro, mentre uno della Rai per poco più di 200.000.        

Privatizzazione Rai

Rai come tutte le aziende pubbliche, insomma, produce poco e spende tanto. Ma come si potrebbe ovviare al problema di avere risorse appropriate e un servizio pubblico garantito per l’utenza, sempre che qualcuno ancora oggi creda che sia necessario come 50 anni fa per godere della completezza informativa? Per prima cosa, si potrebbero ridurre notevolmente le reti televisive pubbliche dalle attuali 14 a una sola, la quale potrebbe trasmettere durante l’intera giornata solamente contenuti tipici del servizio pubblico, piuttosto che spaziare da “Porta a Porta” al Festival di Sanremo. Un unico canale del tutto pubblico potrebbe essere sostenuto con un canone annuo minimo, probabilmente dall’importo inferiore a un terzo di quello attualmente a carico dell’utenza. Una trentina di euro all’anno, insomma, garantirebbe a Rai Uno, la rete di maggiore successo negli ascolti in Italia, di mandare in onda da mattina a sera solamente trasmissioni qualitativamente di livello e a carattere informativo.

Servizio pubblico all’asta

Le restanti reti potrebbero essere privatizzate e cedute a più soggetti, aumentando il grado di concorrenza sul mercato radio-televisivo, con beneficio anche della qualità complessiva erogata, perché da che mondo è mondo, monopolio o oligopolio sono sinonimi di bassa qualità e offerta carente, i problemi caratterizzanti proprio il nostro sistema radio-televisivo, dove le produzioni sono poche e scadenti. Si pensi, ad esempio, a quanti prodotti riusciamo ad esportare all’estero, rispetto a quelli molto più numerosi che importiamo. Ma la Rai potrebbe anche essere privatizzata per tutte le sue reti e scissa in più aziende, mantenendo un servizio pubblico minimo. Come? Semplicemente mettendo all’asta i contenuti desiderati. L’authority delle Comunicazioni, ad esempio, potrebbe indire periodicamente una gara, con la quale cede al migliore offerente pacchetti di servizio pubblico, stimolando così la concorrenza e minimizzando il costo. Infatti, ciascun gruppo televisivo privato che voglia accaparrarsi quote di servizio pubblico richiederà un pagamento quanto più basso possibile per strapparlo ai competitor, di fatto abbassando l’onere a carico degli utenti.        

Destra e sinistra vogliono tenersi il canone

Si otterrebbero 2 risultati: costi minimi e servizio pubblico diffuso tra le varie reti televisive, non più esclusiva di un unico soggetto, trasformatosi nei decenni in un carrozzone statale, un postificio per piazzare parenti e amici dei governanti di turno. Ne guadagnerebbero la qualità e la stessa credibilità dell’informazione italiana, oggi ai minimi termini. E perché mai nessun governo, sia esso di destra o di sinistra, propone mai una soluzione radicale per riformare il sistema radio-televisivo? La risposta è essenzialmente una e ha a che fare con la pretesa di ogni maggioranza politica di controllare l’informazione, cosa che non sembra abbia mai portato fortuna ad alcun esecutivo della Seconda Repubblica, mentre il tentativo appare persino velleitario in era di internet.

Gli interessi degli uni e degli altri

Ma esistono ragioni più specifiche. Il centro-destra, teoricamente fautore delle privatizzazioni, si è sempre scontrato negli ultimi 20 anni con l’interesse del suo leader indiscusso, Silvio Berlusconi, anche a capo del più grande gruppo televisivo italiano. Privatizzare la Rai o tagliare il canone significherebbe liberare energie nel sistema, ovvero accrescere la concorrenza tra i gruppi per accaparrarsi spazi pubblicitari. Ma ciò metterebbe a repentaglio le quote di mercato di Mediaset, ossia i suoi ricavi. La sinistra è stata ad oggi ostile sia ideologicamente alla privatizzazione della Rai, ma molto più concretamente per ragioni di bottega, avendo piazzato nei decenni nelle varie reti pubbliche caterve di amicizie, che ne hanno garantito la visibilità anche nelle fasi più difficili della sua esistenza. Destra e sinistra restano accomunate, quindi, dalla mancata volontà di liberalizzare il sistema televisivo italiano e per quanto a turno cavalchino il tema del canone Rai, nessuna di loro credibilmente lo vorrà mai eliminare o tagliare seriamente, perché con quel balzello ci si compra il consenso elettorale da un lato e si affievolisce la concorrenza a Mediaset dall’altro. O almeno ci provano.

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Argomenti: Economia Italia, Governo Renzi, Servizi pubblici