Non avrai altro leader all’infuori di me: dal Vangelo secondo Silvio

Affannatevi pure, ma non ci sarà un candidato del centro-destra al di fuori di Silvio Berlusconi, disposto piuttosto a porre fine alla stessa coalizione, pur di resistere fino all'ultimo respiro come leader senza truppe.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Affannatevi pure, ma non ci sarà un candidato del centro-destra al di fuori di Silvio Berlusconi, disposto piuttosto a porre fine alla stessa coalizione, pur di resistere fino all'ultimo respiro come leader senza truppe.

Giorgia Meloni si affanna a chiedere una tregua nel centro-destra tra Silvio Berlusconi e Matteo Salvini sulla leadership della coalizione, definendo “un gioco machista” quello in corso da mesi tra i due. Dentro Forza Italia c’è forte irritazione tra i berlusconiani più ferrei verso il governatore ligure Giovanni Toti, che qualche giorno fa ha chiesto al suo leader di diventare lo Charles De Gaulle italiano, ovvero di fare da regista della coalizione, da padre nobile, ma chiaramente compiendo un passo indietro come leader.

Per il capogruppo di Forza Italia, Renato Brunetta, la questione della leadership non si porrebbe, sarebbe “secondaria”. Vero, gli italiani non mangiano di leadership e premiership, ma chiedono proposte concrete per uscire dal guado. Tuttavia, conoscere a grandi linee chi potrebbe guidare la coalizione potenzialmente vincente alle elezioni politiche del 2018 (sempre che non si torni a votare prima) non è un dettaglio. (Leggi anche: Berlusconi punta al 40%, ma poi che succede?)

L’ex premier è oggi come oggi incandidabile per effetto della legge Severino. Non potrebbe essere lui a guidare il centro-destra, almeno non da candidato premier, essendo ineleggibile. Pende il ricorso davanti alla Corte di Giustizia UE, che dovrebbe essere discusso in camera di consiglio da novembre. Stando ai tempi ordinari dei giudici europei, una sentenza potrebbe arrivare non prima della prossima primavera, quando teoricamente gli italiani avranno già votato.

Senza Berlusconi candidato premier, niente centro-destra

Va bene che la speranza sia l’ultima a morire, ma pensare che a pochi mesi dalle elezioni non si abbia il diritto di conoscere il nome del candidato premier del centro-destra, né il metodo con il quale verrà individuato il suo nome è francamente un’umiliazione inaccettabile per quel terzo degli elettori italiani, che alle ultime amministrative hanno consegnato alla coalizione una vittoria netta e forse insperata nelle dimensioni.

La voglia di proporzionale di Berlusconi deve essere inquadrata all’interno della sua volontà di evitare di aprire il dibattito sulla premiership. Uscendo da un ventennio di coalizioni forzate e di maggioritario più o meno nitido, l’ex premier spera e confida di fuggire dalla questione attorno a chi si candidi a governare per il centro-destra, semplicemente perché non vi sarebbe più il centro-destra, bensì una gara tra svariati partiti slegati tra di loro e liberi ciascuno di proporre la sua. (Leggi anche: Ritorno al proporzionale è vendetta di Berlusconi contro sinistra)

Nessuna leadership ammessa oltre quella di Berlusconi

Dietro a tale svolta non si cela alcun piano preciso e lungimirante, se non quello di restare al centro dei giochi alla prossima legislatura e di evitare ancora una volta di cedere ad altri la leadership. Intendiamoci, di cavalli vincenti nel centro-destra non se ne scrutano in giro. Salvini è troppo radicale per potere ambire a Palazzo Chigi e prima ancora a guadagnarsi il consenso di milioni di elettori più centristi. Dentro Forza Italia non girano geni della comunicazione, oltre al leader, né la Meloni credibilmente potrebbe competere con un Renzi per il governo nazionale.

Tuttavia, questa assenza di leaders in potenza è conseguenza diretta della volontà di Berlusconi di impedire che ne esistano fino a quando egli non sarà in vita, almeno politicamente parlando. La strategia del Cavaliere è ormai fin troppo nota: lanciare un possibile successore, assecondarlo, bruciarlo e riprendere le redini della coalizione subito dopo, mostrando come sia impossibile trovargli un sostituto. Un Zeus degli anni 2000, insomma. E’ successo con Angelino Alfano prima, con Stefano Parisi di recente, è la ragione per cui detesti anche il solo nome di Raffaele Fitto, suo ex pupillo pugliese, essendosi quest’ultimo macchiato del reato di lesa maestà, chiedendo primarie per scegliere il leader della coalizione e avendo osato mettere in discussione l’autorità dell’ex premier. (Leggi anche: Berlusconi guarda alla Merkel e prende le distanze da Le Pen)

O Berlusconi o morte (del centro-destra)

In quest’ottica va letta anche la svolta “centrista” o moderata che dir si voglia di Berlusconi, che in Europa sostiene di guardare alla cancelliera Angela Merkel, quella che in una presunta telefonata intercettata avrebbe definito una “culona inchiavabile”, ma soprattutto colei con cui ebbe un rapporto politico a dir poco difficile, quando era al governo. Berlusconi intende sfruttare la sua collocazione più al centro di Salvini per accreditarsi (in Europa) quale unico possibile leader nella coalizione, quali che saranno le percentuali dei consensi ottenuti dalla Lega Nord, espressione di quel “populismo” ora contrastato a parole dall’ex premier, ma che è stato ingrediente principale del menù dei suoi 10 anni di governi.

Non ci sarà alcun candidato premier al di fuori di lui nel centro-destra. Se non gli sarà possibile candidarsi alla carica per la settima volta dal 1994, meglio fare saltare tutto, le coalizioni, il bipolarismo, puntando a portare a Palazzo Chigi un uomo quanto più accettabile possibile per sé, a patto che non sia di centro-destra e, quindi, che non possa ambire a sostituirlo anche solo per un attimo in quel campo. (Leggi anche: Governo tra Berlusconi e Renzi: e se il Cav puntasse a distruggere il PD?)

Si rassegnino Meloni, Salvini, Toti, Fitto, non si illudano i coccolati Tajani e altre improbabili figure azzurre. Berlusconi non avallerà alcuna candidatura, che non sia la propria. Manderà al macero un quarto di secolo di storia politica del centro-destra, pur di non concludere la propria discesa in campo nella politica con una successione. Non ci troviamo dinnanzi ad alcun De Gaulle, lo sa benissimo Toti. Nonostante rientri tra i suoi personaggi politici preferiti, non è nemmeno una Margaret Thatcher, che nel novembre del 1990 lasciò il governo dopo 11 anni e mezzo da premier, nonostante avesse rivinto il congresso del Partito Conservatore per la quinta volta. Le stava stretto il margine del 54% con cui aveva prevalso contro Michael Heseltine. Ma difficile fare paragoni tra gli statisti stranieri del recente passato con i personuncoli politici nostrani, privi dell’eleganza necessaria per comprendere quando sia arrivato il momento di compiere un passo indietro.

 

 

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Argomenti: Politica, Politica italiana

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