Canale di Suez pronto a riaprire: Ever Given quasi disincagliata, ma ritorno alla normalità tra giorni

Luna piena e alta marea determinanti per il successo delle operazioni di liberazione della nave. Gli effetti dell'incidente, però, dureranno almeno una settimana.

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Canale di Suez resta bloccato

L’autorità del Canale di Suez ha comunicato che alle 4.30 di questa mattina, ore locali, le operazioni per disincagliare la Ever Given hanno esitato un successo quasi totale, consentendo alla nave di aggiustare la rotta all’80%. Determinanti si sono rivelate l’alta marea e la luna piena. Sono stati impiegati dieci rimorchiatori giganti, date le enormi dimensioni del cargo: 400 metri di lunghezza, 59 di larghezza e 200.000 tonnellate. Questione di ore e il traffico commerciale nell’area potrà riprendere, sebbene ci vorrà almeno una settimana per tornare alla normalità.

In sosta vi sono 450 navi e poiché il Canale di Suez è transitabile da una nave per volta, soltanto tra alcuni giorni la fila verrà smaltita e le nuove navi in arrivo potranno transitare senza attesa. La Ever Given della compagnia taiwanese Evergreen Marine Corp., battente bandiera panamense, era rimasta incagliata da martedì mattina, a causa della tempesta di sabbia e di vento che ne aveva provocato la rotazione. Probabile, tuttavia, che vi siano stati errori di manovra e sono in corso le indagini per risalire alle eventuali responsabilità.

Ieri, l’Egitto aveva ordinato di liberare la nave dai 50 container trasportati, così da alleggerirne il carico e agevolare le manovre di escavatori e rimorchiatori. Nelle stesse ore, la Siria aveva comunicato l’avvio di un piano di razionamento del carburante, a causa della carenza di petrolio ricevuto. In effetti, dal Canale di Suez transitano merci per circa il 12% del traffico mondiale. Le perdite giornaliere causate dall’incidente sono stimate in quasi 10 miliardi al giorno, circa 55 miliardi complessivi, senza considerare i ritardi che si avranno per ancora diversi giorni nelle consegne.

Canale di Suez bloccato “per settimane”, ritardi nelle consegne e petrolio più costoso

Colpo alla globalizzazione dopo il Covid

Le stesse casse egiziane hanno accusato un duro colpo dall’accaduto, se è vero che i diritti di passaggio ammontino a 13-14 milioni di dollari al giorno.

Alla notizia dello sblocco ormai imminente, il prezzo del greggio ha ripiegato di circa l’1,5%, con il Brent sceso a 63,41 dollari mentre scriviamo. In questi giorni, si era temuto il peggio circa la disponibilità di alcuni prodotti, dallo stesso greggio al caffè, passando per auto, motociclette e altri generi alimentari.

Qualcuno ha notato come ad un anno esatto dalla diffusione del Covid nel mondo, la quale provocò la chiusura delle frontiere fisiche e grosso modo di quelle commerciali, il blocco del Canale di Suez abbia assestato, pur temporaneamente, un altro colpo alla globalizzazione. In effetti, in appena un anno sono venute meno certezze che pensavamo inamovibili. Non solo la libertà di movimento è stata messa e continua ad essere messa a dura prova dalla pandemia, ma lo stesso trasporto delle merci si rivela più vulnerabile di quanto crediamo, nonostante viviamo ormai nell’era della tecnologia.

Il Canale di Suez non è l’unica area del mondo in cui si concentrino grossi rischi commerciali. In questi anni, abbiamo imparato a fare i conti con le tensioni geopolitiche e la paura per una possibile chiusura della Stretto di Hormuz, nel Golfo Persico, dove si calcola che transitino la media di 22,5 milioni di barili al giorno, quasi un quarto dell’offerta mondiale. Quando Arabia Saudita e Iran arrivano ai ferri corti, i prezzi del greggio s’impennano proprio per la paura che l’area divenga non più transitabile e che ciò provochi l’estremo rallentamento (nella migliore delle ipotesi) di gran parte delle consegne. Limiti fisici, che neppure la tecnologia sembra poter rimuovere e che ci fanno capire quanto ciò che diamo per certo non lo sia affatto.

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