Cambio euro-dollaro verso la parità? Le previsioni sono cambiate ultimamente

Le previsioni degli analisti sul cambio euro-dollaro, in attesa del board della BCE di domani. E rispetto al 2015, la musica sembra un po' cambiata.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Le previsioni degli analisti sul cambio euro-dollaro, in attesa del board della BCE di domani. E rispetto al 2015, la musica sembra un po' cambiata.

Se c’è un obiettivo non dichiarato, ma che tutti conoscono, degli stimoli monetari attuati dalla BCE e che domani saranno potenziati con il secondo board dell’anno, è l’indebolimento del cambio euro-dollaro, così come del rapporto tra la moneta unica e le altre principali valute del pianeta. Perché? Un euro più debole aumenta il costo dei beni importati, quindi, accelera l’inflazione nell’Eurozona, attualmente sotto lo zero. Il cambio con il dollaro è di particolare importanza, non tanto perché gli scambi tra Eurozona ed USA sarebbero i più elevati (la BCE assegna un peso maggiore allo yuan nella valutazione del cambio medio ponderato dell’euro), quanto perché è nella divisa americana che si acquistano le materie prime e che si regolano molti degli accordi commerciali e finanziari. Se si riuscisse a deprezzare l’euro contro il dollaro, quindi, si avrebbero buone probabilità di vedere risalire gradualmente i prezzi nell’Eurozona.

Previsioni cambio euro-dollaro

In buona sostanza, il cambio euro-dollaro può essere considerato un proxy della forza complessiva della moneta unica. Lo scorso anno, esso si è indebolito di poco oltre il 10%, ma è arrivato a scendere fino a un minimo di 1,0489 ad aprile, segnalando una perdita dall’inizio del 2015 di oltre il 13%. In queste prime settimane del 2016, parecchio turbolente sui mercati finanziari, il cambio ha oscillato molto, toccando l’11 febbraio scorso il picco di 1,1347 (+4% da inizio anno), mentre i toni “dovish” dei banchieri centrali della BCE da allora lo hanno depresso fin sotto la soglia di 1,10, tanto che oggi si attesta a 1,09748, pur restando al di sopra degli esordi del 2016. Ma con l’arrivo di nuovi stimoli, la BCE indebolirà l’euro contro il biglietto verde? E di quanto? E’ quello che si chiedono da giorni gli analisti di tutto il pianeta, che si mostrano, però, molto più cauti rispetto all’anno passato, quando oltre una ventina di loro profetizzò una discesa della moneta unica intorno o sotto la parità contro il dollaro. Adesso, quelli che continuano a sostenere un simile scenario restano circa una decina, mentre un sondaggio realizzato da Reuters ha trovato che mediamente gli analisti interpellati nei giorni scorsi si attendono un cambio euro-dollaro di 1,08 da qui a un anno, ossia meno del 2% più debole dei livelli attuali.      

Il legame con la stretta USA

Eppure, domani Mario Draghi potrebbe tagliare i tassi overnight, già negativi, portandoli al -0.4/-0,5%, aumentare gli acquisti di titoli di stato di 10-20 miliardi al mese e prorogare di altri 6-9 mesi il “quantitative easing”, mentre dall’altra parte, la Federal Reserve al board di questo mese potrebbe segnalare un nuovo aumento a breve dei tassi USA, proseguendo la prima stretta avviata a dicembre dopo 9 anni e mezzo. Ce ne sarebbero, insomma, per pronosticare un deciso deprezzamento dell’euro contro il dollaro. Ma allora, come mai tanto scetticismo dei mercati? In primis, è una questione tecnica: se 720 miliardi di euro di liquidità iniettata attraverso il QE in un anno hanno indebolito l’euro “soltanto” del 10%, perché mai un semplice potenziamento degli stimoli dovrebbe riuscire a fare di più?

Paura della deflazione scemerà?

Secondariamente, i prezzi delle materie prime potrebbero avere toccato il fondo, quand’anche non mostrassero un reale recupero nei prossimi mesi. Ciò implica che le minacce di deflazione potrebbero venir meno nel corso del 2016 e che la BCE non avrebbe bisogno di inventarsi un altro “bazooka” monetario di dimensioni rilevanti, tali da scacciare lo spauracchio di prezzi stabilmente calanti nell’Eurozona. D’altra parte, la Fed potrebbe trovare il coraggio d’ora in avanti di alzare nuovamente i tassi, ma se fino a poche settimane fa, le attese medie degli analisti erano per 4 aumenti nel corso dell’anno, adesso se ne vedono appena un paio. Dunque, la stretta negli USA sarà lentissima, mentre la BCE avrebbe esaurito con domani l’inventario delle misure possibili contro l’inflazione zero. E non è tutto. Se la storia serve a qualcosa, essa ci insegna che l’euro è sceso sotto la parità l’ultima volta 16 anni fa, ma dal 2002 è risalito, affrontando anni di bassa crescita, la più grave crisi finanziaria dalla Grande Depressione, la quasi implosione dell’Eurozona con la crisi dei debiti sovrani, senza che mai l’euro sia precipitato nei pressi della parità, avvicinandosi alla lontana solo nel 2015, per via proprio delle misure di Draghi.    

Il caso Brexit

Per essere ancora più chiari, gli analisti si chiedono se qualche miliardo di QE mensile in più o un ennesimo taglio dei tassi overnight possano provocare ciò che la quasi scomparsa dell’euro stesso nel 2012 non è stata in grado. In realtà, lo scenario più temuto dai mercati si chiama “Brexit”. A giugno, i sudditi di Sua Maestà voteranno a un referendum consultivo per decidere se vogliono o meno restare nella UE. Nel caso di esito positivo, il Regno Unito potrebbe (non è un obbligo) uscire dalle istituzioni europee dopo una quarantina di anni, iniziando le procedure di divorzio. Londra non fa parte dell’Eurozona e né intende mai abbandonare la sterlina. Tuttavia, se uscisse dalla UE o se i suoi cittadini segnalassero di volerlo fare, il rischio sarebbe che l’intera struttura su cui si regge anche la moneta unica possa essere rimessa in discussione, perché a quel punto altri governi, sull’onda dell’euro-scetticismo, potrebbero darsi il coraggio sinora non dimostrato per rivendicare maggiore autonomia rispetto a Bruxelles, rinegoziare i termini della permanenza dei loro paesi nella UE e di fatto dare vita a un processo di graduale disgregazione politica del Vecchio Continente.        

Il discorso di Draghi

Restando più sul breve termine, qualora domani Draghi dovesse diramare in conferenza stampa stime sul pil e sull’inflazione nell’Eurozona peggiori delle attese, magari rimarcando la necessità di monitorare da vicino il trend dei prezzi, i mercati potrebbero interpretare tali parole come la volontà della BCE di tenersi pronta a sfornare eventualmente nuovi stimoli anche in futuro. Il cambio euro-dollaro potrebbe subire una pressione al ribasso maggiore, in quel caso. Viceversa, se le stime dovessero rivelarsi, tutto sommato, non così pessimistiche e se il governatore non ponesse eccessivamente l’accento sui rischi al ribasso per l’inflazione e la crescita nell’area, i mercati potrebbero reagire persino con un rialzo del cambio, in considerazione che quelli appena annunciati sarebbero probabilmente gli ultimi stimoli varati da Francoforte.  

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Argomenti: Bce, Cambio euro-dollaro, Crisi Eurozona, Economia Europa, Economia USA, Fed, quantitative easing, stimoli monetari, tassi USA