Cambio euro-dollaro verso la parità con la presidenza Trump?

Il cambio euro-dollaro si è già indebolito con la vittoria di Donald Trump, ma gli analisti tornano a parlare di parità. Cosa e perché starebbe accadendo?

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Il cambio euro-dollaro si è già indebolito con la vittoria di Donald Trump, ma gli analisti tornano a parlare di parità. Cosa e perché starebbe accadendo?

La notte delle elezioni, quando la vittoria di Donald Trump appariva alla portata, il cambio euro-dollaro schizzava a 1,13, segnale che il mercato stesse scontando possibili tensioni finanziarie contro l’America. Con il passare delle ore, il clima tra gli investitori si è ribaltato in un ritorno all’acquisto di assets in dollari (Treasuries esclusi) e in rafforzamento del biglietto verde. E, infatti, ieri il cambio con l’euro scendeva a 1,088, segnando un apprezzamento del dollaro contro la moneta unica dell’1,3% rispetto al martedì sera, giorno delle elezioni USA. In media, contro le principali valute del pianeta, ha guadagnato l’1,5%, sempre da martedì sera.

Alla base del rinvigorimento del dollaro c’è la prospettiva di un’accelerazione della stretta monetaria in corso, dato che l’amministrazione Trump dovrebbe premere per alzare i tassi USA con maggiore velocità. La stessa Federal Reserve sarebbe costretta a prendere atto della necessità di una politica monetaria più restrittiva, in quanto la politica economica del nuovo presidente si basa su un corposo programma di spesa pubblica in infrastrutture e su un maxi-taglio delle tasse. Entrambe le misure stimolerebbero la crescita economica, così come anche l’inflazione a un ritmo superiore a quello ad oggi atteso. (Leggi anche: Cambio euro-dollaro ai minimi da marzo)

Tensioni politiche attese nell’Eurozona

Per questo, Nomura prevede che il cambio euro-dollaro possa scendere a 1,05 entro la fine dell’anno e giungere alla parità entro i prossimi 12 mesi. Alla base di questa previsione c’è anche la prospettiva di un 2017 abbastanza movimentato in Europa sul piano politico.

Da qui al settembre del 2017, infatti, si vota in stati-chiave dell’Eurozona: referendum costituzionale in Italia a dicembre, elezioni politiche in Olanda ed elezioni politiche e presidenziali in Francia nella primavera prossima ed elezioni federali in Germania nel mese di settembre. In tutti questi paesi, i governi in carica potrebbero subire batoste alle urne da parte di movimenti euro-scettici. Uno scenario, che non depone in favore della moneta unica. (Leggi anche: Crisi Eurozona, Juncker rivendica ruolo politico)

 

 

 

Boom dei rendimenti sovrani

I rendimenti dei titoli di stato stanno rispecchiando nelle ultime sedute proprio un tale scenario. Quelli dei decennali americani con la vittoria di Trump sono aumentati di 28 punti base al 2,13-14%, ma sono esplosi anche nell’Eurozona, salendo al 2% in Italia e raddoppiati allo 0,33% in Germania. Questo, perché i capitali si starebbero spostando dall’unione monetaria all’America, ma premiando il mercato azionario a stelle e strisce e non quello a reddito fisso, indebolito dal surriscaldamento delle aspettative d’inflazione.

Ma il percorso verso la parità potrebbe essere tutt’altro che scontato. Il rialzo dei rendimenti sovrani nell’Eurozona e l’indebolimento del cambio euro-dollaro potrebbero spingere la BCE a non potenziare ulteriormente il “quantitative easing”, venendone meno la necessità. E il minore grado di accomodamento monetario futuro rafforzerebbe la moneta unica o almeno la sosterrebbero contro il biglietto verde. Si consideri, infine, che ancor prima delle elezioni USA, il mercato ha iniziato a scontare un possibile “tapering” nell’Eurozona, a partire dall’autunno dell’anno prossimo. E anche questa prospettiva dovrebbe fungere da “floor” per il cambio euro-dollaro. (Leggi anche: Rendimenti BTp schizzano al 2%)

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