Cambio euro-dollaro verso 1,20, ma perché i rendimenti sono crollati?

Cambio euro-dollaro ai massimi da due anni e mezzo, ma i rendimenti sovrani nell'Eurozona arretrano. Perché questi due trend divaricanti tra di loro?

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Cambio euro-dollaro ai massimi da due anni e mezzo, ma i rendimenti sovrani nell'Eurozona arretrano. Perché questi due trend divaricanti tra di loro?

Dall’inizio dell’anno, il cambio euro-dollaro ha sfiorato il +13%, sfondando ieri per la prima volta dal gennaio 2015 la soglia di 1,19, salvo ripiegare successivamente all’attuale livello di 1,1850. E’ un fatto, però, che la moneta unica punterebbe a un rapporto di 1,20 contro il biglietto verde, quando nei primi mesi del 2017 si parlava di raggiungimento della parità tra i principali analisti. Da allora, tra riduzione dei rischi politici nell’Eurozona (specie dopo le elezioni in Francia) e fondamentali economici solidi, con una ripresa in accelerazione, l’aria sembra cambiata nel Vecchio Continente, tanto da rendere ufficiale l’apertura del dibattito a Francoforte sul ritiro graduale degli stimoli monetari da parte della BCE. (Leggi anche: Cambio euro-dollaro, perché e dove arriverà?)

Eppure, contestualmente al rafforzamento del cambio euro-dollaro ai massimi da oltre due anni e mezzo, notiamo un tracollo dei rendimenti sovrani nell’area. I decennali tedeschi sono scesi dallo 0,60% del 13 luglio scorso all’attuale 0,49%, gli omologhi italiani sono passati dal 2,33% al 2,01% e quelli spagnoli dall’1,74% all’1,46%. Tale trend cozzerebbe con l’attesa di una stretta nell’Eurozona, la quale in teoria dovrebbe fare scendere i prezzi dei bond e salire i relativi rendimenti. Cosa accade di preciso?

In effetti, più che di forza dell’euro dovremmo parlare di debolezza del dollaro. Il cambio americano è sceso mediamente ai minimi da inizio 2015 contro le altre valute, perdendo il 6,7% quest’anno. Drammatico il tonfo di luglio, quando ha segnato un pesante -2,8%. I timori del mercato sono concentrati sull’agenda economica dell’amministrazione Trump. Il taglio delle tasse promesso dal presidente si allontanerebbe, dopo che il governo USA non è stato in grado di ottenere dal Congresso la soppressione dell’Obamacare, la riforma sanitaria della precedente amministrazione democratica, a causa delle divisioni interne alla maggioranza repubblicana.

L’impatto sul pil di un cambio euro-dollaro più forte

Dunque, a portare il cambio euro-dollaro a ridosso di 1,20 è sì l’ottimismo del mercato per l’andamento economico nell’Eurozona e il diradarsi delle nubi sulla politica nell’area, ma anche e, soprattutto, il ripiegamento del biglietto verde, dopo mesi di cosiddetto “Trump trade”. Per di più, dalla Federal Reserve arrivano segnali poco chiari sulle prossime mosse in fatto di tassi USA. Il banchiere centrale James Bullard ha di recente messo in dubbio persino la prossima stretta attesa per dicembre, sostenendo che metterebbe a rischio il raggiungimento dell’obiettivo dell’inflazione al 2%.

E così, il cambio euro-dollaro si sta riportando ai livelli pre-QE, ovvero a quelli antecedenti l’annuncio ufficiale del varo del “quantitative easing”, gli stimoli da 60 miliardi al mese, che ad oggi sono attesi cessare alla fine dell’anno, ma che probabilmente verranno prorogati in misura decrescente fino alla metà dell’anno prossimo. Di rialzo imminente dei tassi nell’Eurozona non sembra il caso. La stretta vera e propria verrebbe adottata dalla BCE non prima di fine 2018 e partendo forse dai tassi sui depositi overnight, quelli oggi negativi per lo 0,4% e che pesano sui bilanci bancari.

Il governatore Mario Draghi segnala ottimismo sull’economia, ma non potrà che tenere in conto un altro dato: l’impatto del cambio euro-dollaro sulla crescita dell’Eurozona. Secondo Morgan Stanley, un rafforzamento dell’euro del 10% contro la media delle altre valute porterebbe a una riduzione del pil dell’area dello 0,7% a distanza di un anno, a causa della diminuzione delle esportazioni. Quest’anno, la moneta unica si è già rafforzata mediamente del 5% contro le altre valute, per cui da qui a pochi mesi potremmo essere in grado di verificarne gli effetti negativi in termini di export e crescita economica. (Leggi anche: Cambio euro-dollaro, ecco i 3 eventi a cui guardare)

Rendimenti sovrani ancora bassi nell’Eurozona

Per non parlare del fatto che un cambio euro-dollaro in rapida ascesa, unitamente a quotazioni del petrolio sostanzialmente stabili intorno ai 50 dollari al barile, impatterebbe negativamente sull’inflazione nell’Eurozona, riducendo il costo dei beni importati. E la BCE non può permettersi un raffreddamento delle aspettative sui prezzi, quando già non raggiunge stabilmente il target da circa 4 anni e mezzo.

Possiamo concludere, quindi, notando come il rafforzamento del cambio euro-dollaro rifletterebbe due movimenti, uno di medio-lungo e un altro di breve termine. Il primo è associato alla divergenza monetaria attesa tra Fed e BCE, a sua volta specchio di politiche sui tassi meno divaricanti in futuro rispetto agli ultimi anni. La Fed aumenterà i tassi USA, ma con gradualità, mentre la BCE prima o poi dovrà iniziare il ciclo restrittivo. Tutto questo, dopo mesi di tensioni geo-politiche nell’unione monetaria, che avevano portato il cross valutario in prossimità della parità.

A ciò si aggiungono le difficoltà politiche dell’amministrazione Trump, che rendono meno probabile una stretta decisa da parte del governatore Janet Yellen, nonostante i segnali incoraggianti sull’economia americana, che non autorizzerebbero a parlare di rallentamento. Insomma, è più il dollaro debole che l’euro forte. Per questo, i rendimenti di Bund, BTp, Bonos, Oat, etc., potranno continuare per qualche altro mese ancora a reggersi su livelli storicamente bassissimi, riflettendo aspettative non drastiche sulle mosse di politica monetaria della BCE. Si consideri che lo spread Treasury-Bund si attestava a 162 punti base poco più di due settimane fa, risultando adesso risalito a 177 bp. Insomma, cambio euro-dollaro in salita, ma al momento sarebbe più il biglietto verde a cedere contro la moneta unica, non quest’ultima a rafforzarsi. (Leggi anche: Cambio euro-dollaro, ecco il segnale del Bund)

 

 

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Argomenti: Bce, bond sovrani, Cambio euro-dollaro, Economia Europa, Economia USA, Fed, Presidenza Trump, rendimenti bond, super-dollaro, tassi USA

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