Cambio euro-dollaro sulla via del recupero? Ecco 5 eventi che sosterrebbero la moneta unica

Il cambio euro-dollaro non si schioda dalla metà di ottobre dal range 1,13-1,15. Ecco quando sorprenderebbe al rialzo.

di , pubblicato il
Il cambio euro-dollaro non si schioda dalla metà di ottobre dal range 1,13-1,15. Ecco quando sorprenderebbe al rialzo.

Da circa quattro mesi, il cambio euro-dollaro si muove imperterrito all’interno del range 1,13-1,15, suggerendo da un lato una debolezza cronica della moneta unica contro il biglietto verde, dall’altro anche che il mercato avrebbe scontato la forza di quest’ultimo e non intende scommetterci oltre. Può sembrare paradossale che l’indebolimento sotto la soglia di 1,15 abbia coinciso con le voci sempre più frequenti di una Federal Reserve più accomodante per i mesi successivi, dopo che il governatore Jerome Powell si era mostrato intento ad alzare i tassi USA ancora per svariate volte nell’arco del 2019, portandoli fin sopra il 3%, sentendosi minacciare dal presidente Donald Trump persino di licenziamento.

In teoria, ciò avrebbe dovuto indebolire il dollaro contro le altre principali divise, mentre è accaduto sostanzialmente che la divisa americana si sia assestata sui massimi dal maggio 2017. Come mai?

Per quanto la Fed venga adesso percepita meno “hakwish” di qualche mese fa e Powell stesso si sia detto “paziente” sui tassi all’ultimo board di fine gennaio, resta il fatto che il costo del denaro negli USA risulta di gran lunga superiore a quello mediamente in vigore presso le altre economie avanzate, al 2,25-2,50% contro lo zero dell’Eurozona e gli interessi negativi imposti dalle banche centrali in Svizzera, Giappone e Svezia. Inoltre, l’economia americana starebbe rallentando, ma crescendo pur sempre nei dintorni del 3%, quando Giappone ed Europa segnalano stagnazione.

Di fatti, se è vero che Powell si sia mostrato ultimamente più “colomba”, lo stesso dicasi di Mario Draghi, il quale è passato dal far immaginare un rialzo dei tassi per la metà di quest’anno ad attendere la pubblicazione dei nuovi dati macro e la proiezione delle stime aggiornate per valutare il da farsi, mentre avanza l’attesa per la nuova asta T-Ltro, che dovrebbe tenersi entro la metà dell’anno e che inietterebbe liquidità semi-gratuita alle banche dell’area, forse vincolata al credito per famiglie e imprese (mutui esclusi).

Investire nel debito americano, ecco a quali scadenze a tassi di cambio euro-dollaro

Quando il cambio euro-dollaro si rafforzerebbe

Tuttavia, che il cambio euro-dollaro a un certo punto quest’anno inizi ad alzare la testa, salendo oltre la soglia di 1,15 e magari dirigendosi verso quella di 1,20 non risulta in sé così improbabile; almeno, se ricorreranno alcune delle seguenti condizioni che vi elencheremo.

La prima riguarda la Brexit. Siamo in una fase caotica, con il governo May a tentare entro la prossima settimana di portare a casa nuove concessioni da parte dei commissari europei sulle modalità con cui il Regno Unito regolerebbe i suoi rapporti con la UE dopo il divorzio, fissato per il 29 marzo. Il principale timore consiste in una “hard” Brexit, ossia un’uscita disordinata dalla UE, senza accordo, con l’inevitabile innalzamento delle barriere tariffarie e non. Sarebbe uno scenario tetro per le due parti, visto che in gioco relazioni commerciali per circa 720 miliardi di euro all’anno. Sarebbe, poi, un pessimo segnale sul clima che si respirerà tra Londra e Bruxelles.

E se un accordo si trovasse? Lo scambio possibile arriverebbe dall’ammorbidimento delle posizioni UE sul “backstop” relativo al confine tra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda, in cambio della permanenza UK nell’unione doganale senza significative eccezioni rispetto alle regole previste per gli altri stati membri. In altre parole, Londra accetterebbe la libera circolazione dei lavoratori comunitari e Bruxelles fisserebbe un termine massimo, oltre il quale non sarebbe più imposto il libero transito delle merci tra le due Irlande, in assenza di un accordo sulla Brexit. Sarebbe una buona notizia per le economie europee. La sola Germania vanta un surplus commerciale di 30 miliardi annui nei confronti del Regno Unito.

L’economia europea sta vistosamente rallentamento, con il pil ad essere cresciuto nell’area dello 0,2% nell’ultimo trimestre del 2018, allo stesso ritmo del terzo trimestre, ma dimezzato rispetto alla prima metà dell’anno. La Germania ha per un pelo schivato la recessione, mentre l’Italia ci è caduta in pieno. La Francia ha sin qui sorpreso al rialzo, ma anch’essa rallenta tra le diffuse e rumorose proteste sociali.

I dati sul manifatturiero e i servizi segnalano una stagnazione assai probabile per i primi mesi del nuovo anno. Per questo, la BCE ha rinviato i suoi piani di uscita dall’accomodamento monetario. E se i dati macro sorprendessero positivamente intorno alla primavera, magari grazie alla previsioni di tassi bassi più a lungo delle precedenti attese e per effetto della copiosa liquidità che fluirebbe alle banche con l’asta di Francoforte?

BCE, Draghi convince i mercati a buttarsi sui bond: nuovi stimoli monetari in arrivo?

I fattori Fed e BCE

Guardando all’altra parte dell’Atlantico, notiamo che l’economia americana starebbe normalizzandosi dopo un 2018 di crescita robusta, stimolata dal più grande taglio delle tasse dai tempi della presidenza Reagan. Tuttavia, nuovi stimoli fiscali appaiono improbabili, specie adesso che i democratici hanno la maggioranza alla Camera e in un anno pre-elettorale. L’agenda economica della Casa Bianca rischia l’impasse, dati i primi segnali assai negativi arrivati da una opposizione agguerrita, la quale ha già bloccato il budget per la costruzione del muro al confine con il Messico, precipitando gli USA nel suo più lungo “shutdown”.

Restando sempre in America, la Fed potrebbe riservare qualche sorpresa. Fin qui, gli analisti prevedono che alzerà i tassi per un paio di volte ancora quest’anno, mentre i mercati non scontano più alcuna stretta. E se i tassi li tagliasse, magari verso la fine dell’anno? L?ipotesi appare ancora improbabile, anche se gli stessi investitori, come suggeriscono le stime di CME Group, stanno mettendo in conto tra la fine dell’anno e l’inizio del prossimo più un taglio che un decimo rialzo. Fino a qualche mese fa, questo scenario appariva impensabile, per cui le aspettative potrebbero evolversi in direzione ulteriormente “dovish” nei prossimi mesi. E ciò indebolirebbe il dollaro, ceteris paribus.

Infine, la BCE. Il governatore Mario Draghi a fine ottobre arriva a scadenza di mandato. Dopo le elezioni europee di maggio dovrà trovarsi il successore, ma i contatti informali tra i governi sarebbero già iniziati.

L’Italia si starebbe rivelando la grande sorpresa di questa partita, con il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ad avere aperto ufficialmente all’ipotesi di nomina del tedesco Jens Weidmann, attuale governatore della Bundesbank e considerato un “falco” monetario, tra i principali oppositori di Draghi e dei suoi stimoli, tra cui il “quantitative easing”. Se Weidmann ricevesse la benedizione dei principali stati membri e per lui si accendesse la luce verde, la reazione del mercato sarebbe con ogni probabilità di scommettere al rialzo sull’euro, essendo sostenitore della normalizzazione monetaria al più presto.

E se l’Italia appoggiasse il ‘falco’ tedesco come successore di Draghi alla BCE?

[email protected] 

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: , ,