Cambio euro-dollaro sempre nei pressi di 1,10 e pure i Treasuries parlano chiaro

Cambio euro-dollaro a quota quasi 1,10, in risalita dall'avvio della stretta monetaria "prudente" della Fed. Quali prospettive per l'anno prossimo?

di , pubblicato il
Cambio euro-dollaro a quota quasi 1,10, in risalita dall'avvio della stretta monetaria

Si mostra stabile il cambio euro-dollaro nella giornata di oggi, attestandosi intorno a 1,0970, mostrando guadagni del 3,8% per la moneta unica in questo mese. D’altronde, il livello più basso da aprile lo aveva toccato a fine novembre, in attesa dell’ultima riunione dell’anno del board della BCE, che il 3 dicembre scorso ha esitato un potenziamento degli stimoli monetari inferiore alle attese. Né ha indebolito il cambio il primo rialzo dei tassi USA da parte della Federal Reserve, annunciato il 16 dicembre e già di gran lunga scontato dal mercato.

Dunque, anziché tendere verso la parità, il cambio euro-dollaro è attratto da giorni dalla soglia di 1,10. Ma quale sarà il trend nei prossimi mesi?

Previsioni cambio euro-dollaro 2016

Decisiva sarà la tempistica dei prossimi aumenti dei tassi in America. La Fed ha rassicurato che la stretta procederà con prudenza e risponderà sempre ai dati dell’economia americana. Se gli investitori dovessero avvertire che il prossimo ritocco all’insù dei tassi avverrà solo tra diversi mesi (forse, non prima del board di marzo), gli acquisti sul dollaro potrebbero rallentare e il biglietto verde potrebbe persino indebolirsi contro le principali valute del pianeta. Non sembra questo, però, lo scenario dipinto da Bloomberg, i cui analisti continuano a prevedere per il 2016 un rafforzamento contro l’euro del 3,4%, anche se di un terzo rispetto al +10,6% segnato quest’anno. Ma quand’anche questa previsione risultasse vera, saremmo distanti dalla parità. In pratica, il cambio euro dollaro resterebbe al di sopra della soglia di 1,05 ed è abbastanza credibile ritenere che la stessa Fed eviterà che con la sua stretta il dollaro scenda al di sotto di un tale limite, perché l’eccessivo apprezzamento impatterebbe negativamente sulle esportazioni americane, ma quel che più importa è che esso sarebbe negativo per i prezzi delle materie prime, espressi nella divisa USA, di fatto aumentando i rischi di deflazione per l’economia nazionale.      

Rendimenti Treasuries stabili

Un indicatore delle attese sui tassi USA è costituito dai rendimenti dei Treasuries. Se ci si aspetta una stretta monetaria abbastanza veloce, è evidente che i rendimenti dei bond del Tesoro americano tenderanno a salire, viceversa nel caso contrario. Ebbene, è accaduto che i rendimenti dei titoli a 2 anni sono cresciuti solamente di 10 punti base all’1,05% nelle ultime 2 settimane e di 12 bp da inizio mese. I decennali, invece, sono persino diminuiti di un paio di bp dall’annuncio della stretta ad oggi, crescendo di appena 4 bp a dicembre. In pratica, il mercato non si attenderebbe una stretta cruenta, anche se il calo dei rendimenti (aumento dei prezzi dei Treasuries) potrebbe in parte essere frutto dei maggiori acquisti di assets in dollari da parte degli investitori non americani, in previsione proprio delle prossime mosse della Fed. Non crede a quest’ultima ipotesi il finanziere svizzero Marc Faber, che in queste ore ha rilanciato la sua idea che l’economia americana sarebbe già entrata in recessione (il pil è cresciuto del 2% nel terzo trimestre dal +3,9% del trimestre precedente) e che i bassi rendimenti dei Treasuries rifletterebbero la paura del mercato, che si rifugerebbe in assets sicuri. Faber prevede, quindi, che la stretta americana non sarà così veloce e non è l’unico a ipotizzare, addirittura, che potrebbe essere sospesa o seguita da nuovi tagli dei tassi, se le cose dovessero mettersi male per l’economia USA. Il 2016 è l’anno delle elezioni presidenziali, una mossa falsa potrebbe essere politicamente molto costosa.

Non aspettiamoci, quindi, aumenti repentini dei tassi, né scossoni per il cambio euro-dollaro.    

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti:
>