Perché il cambio euro-dollaro è rimbalzato dopo essere sceso ai minimi da 17 mesi

Il cambio euro-dollaro era scivolato fin sotto 1,12 durante la settimana scorsa, ma è risalito improvvisamente a 1,13. Vediamo perché.

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Cambio euro-dollaro risale

Durante la settimana scorsa, il cambio euro-dollaro era arrivato a scendere sotto la soglia di 1,12, toccando i livelli più bassi da fine giugno dello scorso anno. Improvvisamente, nel corso della seduta di venerdì è rimbalzato a poco meno di 1,13, ponendo fine apparentemente a una discesa che sembrava inarrestabile. Nelle stesse ore, le borse mondiali crollavano, con perdite pesanti per le società del comparto aereo, a causa della notizia sulla variante sudafricana o Omicron. I governi europei hanno già chiuso le frontiere agli stati del Sud Africa per impedirne l’arrivo. Si tratterebbe di una variante capace di resistere ai vaccini anti-Covid e molto contagiosa.

Per tutta risposta, il mercato americano è passato dallo scontare tre rialzi dei tassi USA per il 2022 al prevederne un paio, di cui il primo da 0,25% non più a giugno, bensì a settembre. Questo spiega fondamentalmente perché il cambio euro-dollaro si sia ripreso dai minimi. Fino a giovedì, gli investitori prevedevano una forte divergenza monetaria tra Federal Reserve e BCE. La prima sta già tagliando gli acquisti dei bond al ritmo di 15 miliardi di dollari al mese e, data l’alta inflazione americana (6,2% a ottobre), dovrebbe aumentare il costo del denaro già nel 2022. La seconda resta guardinga, anche perché la pandemia è tornata a colpire al cuore dell’Europa, ossia in Germania.

Cambio euro-dollaro, si riduce la divergenza monetaria attesa

Da venerdì, queste previsioni sono mutate. La BCE è attesa sempre ultra-accomodante, ma anche la FED dovrebbe mostrarsi meno restrittiva di quanto ipotizzato nei prossimi mesi. La variante sudafricana, infatti, minaccia la ripresa dell’economia mondiale, americana compresa. La divergenza monetaria tra le due prime banche centrali è un po’ rientrata nelle previsioni del mercato, almeno finché non sarà escluso in parte o del tutto il rischio di diffusione di tale variante.

Ad essere onesti, questa è una minaccia che non dispiace più di tanto ai banchieri centrali. Essa ha l’effetto di prolungare la durata degli stimoli monetari, nonché di “raffreddare” la corsa dell’inflazione. Ad esempio, venerdì scorso il prezzo del petrolio è crollato di oltre il 5% per barile, con il Brent sceso ai minimi da oltre due mesi. Non è detto che il trend duri, ma almeno serve a far prendere fiato agli istituti dopo mesi di pressioni incessanti per via degli alti tassi d’inflazione registrati dalle rispettive economie. Se la variante sudafricana dovesse dilagare, sarà la nuova geografia della pandemia a segnare la direzione del cambio euro-dollaro.

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