Cambio euro-dollaro, quale direzione dopo il voto tedesco?

Che direzione dovrebbe assumere il cambio euro-dollaro sui risultati delle elezioni in Germania? Prima di rispondere, non possiamo che annoverare Mario Draghi tra gli sconfitti del voto di ieri.

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Che direzione dovrebbe assumere il cambio euro-dollaro sui risultati delle elezioni in Germania? Prima di rispondere, non possiamo che annoverare Mario Draghi tra gli sconfitti del voto di ieri.

Le elezioni in Germania di ieri hanno chiuso il lungo ciclo elettorale in Europa per quest’anno, anche se di urne sentiremo parlare nei prossimi mesi per l’Italia. Formalmente, i mercati finanziari avrebbero diverse ragioni per festeggiare: da Olanda, Francia, Regno Unito e Germania è uscito un quadro politico complessivamente più favorevole alle formazioni europeiste e la minaccia dell’ascesa degli euro-scettici al governo sembra essere stata sventata, per il momento. Si capisce perché il cambio euro-dollaro stamattina si stia leggermente apprezzando sopra 1,19, mentre l’oro rimane sostanzialmente stabile a poco sopra 1.290 dollari l’oncia. Sembra che il voto tedesco sia destinato a rasserenare gli animi tra gli investitori, mentre non è esattamente così.

Gli euro-scettici sono diventati terzo partito nella prima economia europea e cosa assai più importante, la loro forza elettorale in Parlamento impedirà la formazione agevole del quarto governo Merkel. Non solo è finita ufficialmente la Grosse Koalition tra conservatori e socialdemocratici, ma bisogna anche vedere se la cancelliera sarà in grado, e su quali basi, di dare vita a una maggioranza inedita a 3 con liberali e Verdi. (Leggi anche: Germania, vittoria debole per la Merkel: partiti tradizionali bocciati)

Le conseguenze sulla BCE di Draghi

Il cambio euro-dollaro, ceteris paribus, non potrà restare indifferente a questi sviluppi, perché il sostegno per le riforme della UE e, in particolare, dell’unione monetaria è venuto meno ieri dalle urne tedesche. L’ipotesi di un ministro delle Finanze unico e di un bilancio comune nell’area è stata vistosamente bocciata dagli elettori e i numeri per approvarla al Bundestag non ci sarebbero, anche perché la stessa coalizione di centro-destra di Frau Merkel sarà costretta adesso a spostarsi più a destra per recuperare parte del consenso perduto rispetto al 2013.

Senza riforme, si complica il percorso di uscita dalla lunga fase di accomodamento monetario della BCE. Il “tapering” verrà con ogni probabilmente annunciato al board di ottobre, ma sarà molto graduale, in quanto la fine degli stimoli sarebbe una botta per le economie più deboli dell’Eurozona, specie in assenza di fiducia sui mercati sulla creazione di quelle condizioni strutturali per evitare la frammentazione notata ed esplosa con la crisi dei debiti sovrani. Ieri sera, il governatore Mario Draghi è stato forse uno dei principali sconfitti del voto tedesco, perché la sua politica ultra-espansiva dei tassi zero e del “quantitative easing” è tra le ragioni della vittoria di Pirro della cancelliera. (Leggi anche: Reazione a catena, tutta Europa aspetta che Draghi si muova)

Tornano le tensioni nell’Eurozona?

L’AfD, il partito della destra euro-scettica in Germania, nacque nel 2013 proprio contro la politica della BCE e, in particolare, per dire “nein” sia al suo piano anti-spread, noto come OMT, sia ai salvataggi pubblici di banche e stati stranieri, che a suo dire metterebbero a rischio i quattrini dei contribuenti tedeschi. L’exploit di ieri è avvenuto anche e forse, soprattutto, su altre tematiche, come l’ostilità all’immigrazione selvaggia e alla politica dell’accoglienza di Berlino, nonché alla “debolezza” percepita del governo tedesco verso gli alleati europei, a partire dal caso Grecia. Con un prossimo governo a includere i liberali e contrastato da destra dagli euro-scettici, dovremmo attenderci una Berlino più dura sul rigore fiscale in Europa e meno incline a compromessi con la Grecia, nonché più pressante per una svolta della BCE, tutti fattori che aumenterebbero le tensioni tra alleati, specie nell’unione monetaria.

Resta il fatto che parte consistente dell’elettorato tedesco – e in ciò comprendiamo anche il consenso più che raddoppiato per i liberali dell’FDP – si sia espresso in favore di tassi d’interesse più alti e la fine dell’esperimento monetario di Francoforte, che rischia di destabilizzare i prezzi in Germania e di fare pagare ai risparmiatori, futuri pensionati per primi, il costo di queste scelte. In teoria, l’ascesa nella prima economia dell’Eurozona di partiti “falchi” sulla politica monetaria dovrebbe sostenere il cambio euro-dollaro, in previsione di un sostegno politico sempre più debole per l’accomodamento perseguito da Draghi. Nella pratica, le conclusioni appaiono molto diverse: il boom di voti per euro-scettici e liberali indebolisce sì Draghi, ma non crea le condizioni per alzare i tassi BCE prima o per accelerare l’uscita dal QE. Tutt’altro. Adesso che l’instabilità politica è entrata in casa persino della prima potenza europea, i dubbi sull’opportunità di una svolta monetaria aumentano. Il cambio euro-dollaro, quindi, tenderà a perdere slancio nelle prossime settimane e nei prossimi mesi. (Leggi anche: Patto Merkel-Macron: Draghi ci spera, mezza Germania no)

 

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