Cambio euro-dollaro punta a 1,15, ma parità possibile con Brexit disordinata

Cambio euro-dollaro verso 1,15, +5,2% da inizio anno. Ma tra gli analisti si scruta il rischio di una Brexit disordinata.

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Cambio euro-dollaro verso 1,15, +5,2% da inizio anno. Ma tra gli analisti si scruta il rischio di una Brexit disordinata.

Continua il rafforzamento del cambio euro-dollaro, che nella mattinata di oggi si apprezza di un altro 0,44%, attestandosi al momento a 1,1454. Dall’inizio dell’anno, la moneta unica ha guadagnato il 5,2% contro il biglietto verde, nonostante un mese fa la BCE abbia varato un potenziamento del “quantitative easing”, gli stimoli monetari nell’Eurozona, al fine di centrare il target d’inflazione. A questo punto, gli analisti ritengono che entro breve sarà toccata e forse anche sfondata la soglia di 1,15. Sembra una contraddizione, data la divergenza tra la politica monetaria adottata dalla BCE e quella tendenzialmente più restrittiva della Federal Reserve. Eppure, così è. La maggiore gradualità paventata dal governatore Janet Yellen nell’alzare ulteriormente i tassi USA sta fungendo da driver nella fissazione del tasso di cambio tra le due principali divise del pianeta. E’ un dato di fatto che dall’ultimo board di Francoforte, il cambio euro-dollaro sia salito del 3,3%, nonostante proprio a partire da questo mese, gli acquisti di assets da parte della BCE siano stati elevati da 60 a 80 miliardi mensili, comprendendo anche le obbligazioni societarie non finanziarie. Contro il franco svizzero, invece, c’è stato un indebolimento dello 0,8%, mentre è del 3,7% l’apprezzamento contro la sterlina. Stabile il cambio con lo yen.

Previsioni cambio euro-dollaro

Ma quale potrebbe essere la prospettiva nelle prossime settimane? L’apprezzamento dell’euro ha come un limite, dettato sia dalla debolezza dell’economia nell’Eurozona, sia dalla stretta della Fed, che per quanto sarà molto graduale, imbocca una strada opposta a quella attesa da qui ai prossimi mesi e anni per la BCE. La risalita del cambio euro-dollaro va interpretata come lo smorzamento delle aspettative eccessivamente divergenti sulle misure adottate dai due istituti, i quali stanno segnalando negli ultimi mesi un maggiore coordinamento di quanto ipotizzato. Nessun rialzo brusco dei tassi USA, insomma, anche perché ci destabilizzerebbe l’economia globale.      

Rischio Brexit pesa sul futuro prossimo

C’è, poi, chi, come ABN Amro, prevede che da qui al referendum sulla Brexit del 23 giugno si vada verso il cambio di 1,15 tra le due divise, ma che successivamente si possa crollare fin sotto la parità, a 0,98, nel caso di una vittoria del “no” alla UE, se ciò aprisse la strada a un addio disordinato alle istituzioni comunitarie, tale da contagiare l’Eurozona. Dunque, gli stimoli di Mario Draghi sembrano passare in secondo piano in qualsivoglia scenario. Da un lato, si potrebbe confermare la tendenza verso la soglia di 1,15, anche se appare improbabile che il cambio resti stabilmente oltre tale soglia. Dall’altro, possibili eventi “shock” potrebbero minare la forza della moneta unica, anche se non sembra plausibile ipotizzare uno scivolamento verso la parità nel breve termine, confidando anche nella razionalità con cui verrebbe gestito un esito referendario contrario alla UE a Londra. L’unica evidenza certa è che la retorica “dovish” di Draghi e dei suoi uomini nel board non starebbe producendo più alcun frutto, nel senso che non impatta sul mercato valutario. Una perdita di efficacia delle parole, così come delle azioni di Francoforte, conseguenza della disillusione tra gli investitori sulla “onnipotenza” delle banche centrali.

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