Cambio euro-dollaro più lontano dalla parità, ma dove va?

Il cambio euro-dollaro si è allontanato dalla parità e tende a 1,10. Ma siamo sicuri che il trend sia questo? Vediamo quali fattori incidono su di esso.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il cambio euro-dollaro si è allontanato dalla parità e tende a 1,10. Ma siamo sicuri che il trend sia questo? Vediamo quali fattori incidono su di esso.

Le posizioni corte (“short”) o ribassiste sull’euro si sono più che dimezzate nella settimana al 21 marzo scorso, scendendo da 41.000 a 19.700 contratti, il livello più basso da 3 anni. Segno, che i traders stiano scommettendo sempre meno sull’indebolimento della moneta unica, come dimostra il cambio euro-dollaro, che ieri è salito poco sopra 1,09, ovvero toccando l’apice dall’elezione di Donald Trump a novembre, allontanandosi di forza dalla prospettiva di un raggiungimento della parità. (Leggi anche: Cambio euro-dollaro verso 1,10 o parità?)

Cosa vi sia dietro a questi movimenti non è difficile capirlo: la BCE ha segnalato il possibile ritiro graduale degli stimoli monetari nei prossimi mesi, forse partendo da un rialzo dei tassi (iniziando da quelli oggi negativi sui depositi overnight), ancor prima che tagliando gli acquisti di bond con il “quantitative easing”. L’inflazione nell’Eurozona è già salita al 2% a febbraio, dato che non può essere ignorato nemmeno dalle colombe alla Mario Draghi.

Cambio euro-dollaro risente della Fed

Così come non può ignorarsi il Pmi composito, che fornisce un’idea sullo stato dell’economia nell’area, attestatosi a marzo ai livelli più alti da 6 anni. Vero è che anche l’economia americana si mostra in gran salute, con un tasso di disoccupazione stabilmente sotto il 5% e un’inflazione intorno al target del 2%, ma la stretta monetaria della Federal Reserve è stata pressoché scontata dal mercato; si tratta solo di vedere quanti rialzi dei tassi USA vi saranno quest’anno, dopo quello di marzo. (Leggi anche: Fed alza ancora i tassi USA, boom oro e dollaro giù)

Ieri, il governatore della Fed di Chicago, Charles Evans, ha dichiarato a Bloomberg che se l’economia americana continuerà a mostrarsi così robusta e la crescita dei prezzi proseguirà, di rialzi dei tassi negli USA potrebbero esservene quest’anno quattro e non tre, come ad oggi mostrano i grafici dei funzionari dell’istituto.

L’incognita Trump ed elezioni europee

Sono tutti fattori che incideranno sul cambio euro-dollaro nei prossimi mesi. Questa fase “bullish” per la moneta unica potrebbe essere seguita da un’altra decisamente “bearish”, ad esempio, se il risultato delle elezioni presidenziali in Francia fosse favorevole alla candidata euro-scettica Marine Le Pen, nel quale caso alcuni analisti ritengono che contro il dollaro, l’euro potrebbe crollare sotto la parità, ai minimi degli ultimi 15 anni.

In uno scenario non estremo, dovremmo assistere a un rinvigorimento del cambio euro-dollaro nelle prossime settimane, in assenza di sorprese elettorali negative. L’amministrazione Trump potrebbe stringere i tempi per varare il maxi-taglio delle tasse promesso agli americani. I mercati sono nervosi in questi giorni proprio per il timore che l’agenda economica pro-crescita del presidente non venga attuata, dopo il fallimento delle trattative con il Congresso per l’eliminazione dell’Obamacare. (Leggi anche: Mercati nervosi per sconfitta Trump su Obamacare)

Deutsche Bank stima discesa sotto la parità

I mercati stanno riposizionandosi sul dollaro, sempre più ai livelli dell’8 novembre scorso, la data delle elezioni USA, sostanzialmente facendo svanire l’80% dei guadagni realizzati da allora. Un peggioramento del clima intorno alla capacità della Casa Bianca di dare seguito alle promesse elettorali indebolirebbe ulteriormente il dollaro contro l’euro, così come verso le altre divise.

Ma se così non fosse e se i dati macro americani continuassero a mostrarsi solidi, la Fed potrebbe procedere a una stretta più veloce delle attese, per cui il cambio euro-dollaro potrebbe cambiare trend e tendere a 1,05, se non scendere al di sotto di tale soglia, in presenza di tensioni geo-politiche nell’Eurozona; tant’è che Deutsche Bank continua a prevedere un cambio a 0,95 entro la fine dell’anno. (Leggi anche: Cambio euro-dollaro: rialzo a breve probabile, ma non nel medio termine)

Attesa minore divergenza monetaria

Una cosa appare sicura: la divergenza monetaria tra Fed e BCE si ridurrà nei prossimi mesi, man mano che anche Francoforte dovrà ritirare gli stimoli. Questo dato ci consente di prevedere un rafforzamento del cambio euro-dollaro, non indebolimento. Certo, il fattore politico resta determinante, quanto aleatorio, ma rispetto alla fine del 2016, possiamo affermare che il raggiungimento della parità appare una prospettiva meno probabile, mentre si rafforza l’ipotesi di una risalita a 1,10, seppur temporaneo. (Leggi anche: Stimoli quasi finiti, Draghi sempre più solo)

 

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Argomenti: Bce, Cambio euro-dollaro, Economia Europa, Economia USA, Fed, Presidenza Trump, super-dollaro, tassi USA

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