Cambio euro-dollaro e made in Italy davvero così legati?

Il cambio euro-dollaro davvero guiderà le nostre esportazioni nei prossimi mesi e anni sotto l'amministrazione Trump?

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Il cambio euro-dollaro davvero guiderà le nostre esportazioni nei prossimi mesi e anni sotto l'amministrazione Trump?

Le esportazioni italiane sono ripartite, come segnala la nostra bilancia commerciale degli ultimi anni. Il punto di svolta è arrivato nel 2012, quando dopo oltre un decennio di passivo, il nostro saldo è tornato finalmente attivo e mostrando una dinamica crescente. E così, se nel biennio 2010-2011, le nostre importazioni superavano le esportazioni di una media di 45 miliardi di dollari all’anno, negli ultimi due anni si è arrivati a un surplus medio superiore ai 50 miliardi.

E che il made in Italy abbia sostenuto la ripresa, pur debole, della nostra economia lo chiarisce il fatto che questo attivo rappresenta circa il 3% del pil. (Leggi anche: Tutela made in Italy, 2 proposte innovative)

Ma quali sono le economie, che per l’Italia rappresentano le maggiori destinazioni nette di beni e servizi? Al primo posto troviamo gli USA con 22 miliardi, pari al 40% dell’intero surplus registrato nel 2015. Seguono il Regno Unito con oltre 13 miliardi, la Francia con quasi 12 e la Svizzera con oltre 9. La Germania, invece, è diventata un’esportatrice netta verso l’Italia con volumi per 6,5 miliardi di dollari all’anno.

Il legame tra cambio euro-dollaro ed esportazioni

Dicevamo, che il punto di svolta c’è stato nel 2012. Per caso è legato alle variazioni dei tassi di cambio, ovvero a un indebolimento dell’euro? L’anno prima, nel 2011, il cambio euro-dollaro, che qui utilizzeremo quale proxy per valutare la forza della moneta unica, era stato mediamente a 1,39, mentre nel 2012 risultava sceso a 1,28, registrando un calo medio dell’8%. Tale variazione avrebbe consentito al nostro paese di migliorare la bilancia commerciale di una cinquantina di miliardi. (Leggi anche: Cambio euro-dollaro, quali previsioni per il 2017)

Nel 2013, però, il cambio euro-dollaro risale, attestandosi mediamente a 1,33 e segnando un rafforzamento di quasi il 4%. Ciò non ha impedito un’ulteriore risalita del nostro surplus commerciale, passato da 9 a 34 miliardi di dollari, ovvero quasi quadruplicato.

 

 

 

Crescono anche le esportazioni tedesche

Dal 2013 ad oggi, la moneta unica ha perso il 17% contro il biglietto verde e ciò ha corrisposto a una stabilizzazione del nostro surplus commerciale in area 50 miliardi.

Tuttavia, quando ci concentriamo ad analizzare le relazioni con gli USA, paese con cui serve scambiare euro contro dollari per commerciare, ci accorgiamo che non abbiamo compiuto grossi passi in avanti, passando da un surplus di 18 miliardi nel 2011 a uno presumibilmente intorno ai 27 miliardi di quest’anno. Se ciò è vero in valore assoluto, in termini percentuali, però, implica un +50%, a fronte di un cambio euro-dollaro più basso del 20%.

Nel frattempo, la Germania ha mantenuto con gli USA un avanzo costante, pari a oltre 49 miliardi nel 2011 e che ha raggiunto il suo picco nel biennio 2014-2015 a circa 75 miliardi all’anno, ripiegando intorno ai 60-65 miliardi attesi per il 2016. Dunque, anche la locomotiva tedesca avrebbe segnato fino a un +50% di esportazioni verso gli USA con un euro del 20% più debole. (Leggi anche: Dazi USA contro la Germania, Trump minaccia ritorsioni contro l’euro debole)

Il fattore Trump

Cosa vogliamo dire con ciò? Il cambio euro-dollaro avrebbe trainato le nostre esportazioni, ma con gli USA il nostro miglioramento non sarebbe stato maggiore di altri paesi, Germania in testa, come siamo spesso portati a credere. In altre parole, se il made in Italy è “price-sensitive”, anche i beni tedeschi si mostrano tali e nella stessa dimensione. (Leggi anche: Guerra valutaria inutile, svalutazioni non stimolano esportazioni per FMI)

Il taglio delle tasse e gli investimenti infrastrutturali promessi dal presidente eletto Donald Trump potrebbero accelerare i ritmi di crescita dell’economia americana, ma contrariamente a quanto perseguito dalla nuova amministrazione, è probabile che a giovarsi di più di questa ripresa siano i principali partner commerciali degli USA, ovvero Cina ed Europa, essendo già il mercato del lavoro a stelle e strisce quasi in piena occupazione e risultando, quindi, difficile aumentare la produzione interna, tranne che le imprese americane non optino per un massiccio piano di investimenti in beni capitali, il che richiede tempo.

 

 

 

 

Made in Italy spera in Trump

Il pil italiano potrebbe essere trainato dalla maggiore crescita USA, ma forse non più di quanto non lo sarà quello tedesco.

 Ciò dovrebbero avvenire, attraverso un cambio euro-dollaro sotto pressione, per via della politica monetaria più restrittiva, che la Federal Reserve dovrebbe necessariamente mettere in atto per fare da contraltare alle spinte inflazionistiche delle politiche di Trump. (Leggi anche: Trumpflation già costata 1.000 miliardi)

Il punto è capire quanto realisticamente potrebbe ancora cedere l’euro contro il dollaro. La Fed non acconsentirebbe una discesa stabile sotto la parità e considerando che siamo già a ridosso di quella soglia, l’unica reale motivazione per cui essere ottimisti sarebbe la maggiore domanda di beni importati dai consumatori americani, a parità di cambio. Più che sui prezzi, quindi, la nostra economia dovrebbe puntare nei prossimi mesi e anni sui fattori di forza del made in Italy, ovvero sulla qualità e l’appeal del marchio.

 

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