Tassi Fed e BCE, quale impatto sul cambio euro-dollaro dal crollo del barile

Il cambio euro-dollaro, alla luce del crollo delle quotazioni del petrolio. Cosa possiamo immaginare che accada nei prossimi mesi al cross valutario più importante sul mercato forex?

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il cambio euro-dollaro, alla luce del crollo delle quotazioni del petrolio. Cosa possiamo immaginare che accada nei prossimi mesi al cross valutario più importante sul mercato forex?

Il cambio euro-dollaro oggi si attesta a 1,14, sopra i minimi di 1,1261 toccati il 13 novembre scorso, pur in calo del 5% rispetto all’inizio dell’anno. La divisa americana guadagna mediamente il 5% quest’anno contro le altre principali divise, per cui possiamo ben dire che contro la moneta unica non stia registrato variazioni particolari. Sarebbe interessante monitorare il trend del cross valutario più importante al mondo, alla luce del crollo delle quotazioni del petrolio, scese ai minimi da un anno e sotto i 63 dollari al barile per il Brent e i 54 per il Wti americano. Da inizio ottobre, le perdite per il primo si aggirano sul 27%, per cui il greggio è entrato da giorni a tutti gli effetti nel mercato orso. Poiché le quotazioni della materia prima impattano sull’inflazione presso le economie importatrici, ne dedurremmo che nei prossimi mesi sia gli USA che l’Eurozona dovrebbero registrare un raffreddamento nella crescita dei prezzi. Dunque, l’impatto sarà neutrale sul cambio euro-dollaro?

Cambio euro-dollaro, previsioni a lungo termine più deboli dalle elezioni italiane 

Bisogna partire dalla divergenza monetaria in corso tra Federal Reserve e BCE. La prima sta attuando una stretta sui tassi negli USA sin dal dicembre 2015 e anche il mese prossimo dovrebbe quasi certamente alzare il costo del denaro al nuovo range del 2,25-2,50%. Viceversa, la BCE tiene ancora i tassi azzerati nell’Eurozona e fino a dicembre continuerà ad acquistare titoli di stato e altri assets al ritmo di 15 miliardi al mese. Adesso, però, che il crollo del greggio contribuisce, insieme ad altri fattori, a raffreddare le aspettative d’inflazione in entrambe le economie (ai minimi da febbraio negli USA), cosa accadrà alla politica monetaria di Atlanta e Francoforte?

Nonostante il governatore Jerome Powell continui a segnalare formalmente l’indipendenza dell’istituto dalla sfera politica, dopo che il presidente Donald Trump ha definito “fuori di testa” la Fed per la sua ostinazione nell’aumentare i tassi, iniziano a scricchiolare le certezze sulle sue prossime mosse. Wall Street ha perso quasi il 9% rispetto agli inizi di ottobre. Manca poco per entrare formalmente in correzione. A intimorire gli investitori sono le elevate valutazioni del mercato azionario a stelle e strisce, unitamente a un costo del denaro sempre più alto dopo un decennio di “easy money”, nel corso del quale la Fed ha quintuplicato il suo bilancio fino a 4.500 miliardi di dollari. Adesso, non solo i tassi stanno salendo, ma l’istituto intende ridurre i suoi assets di 50 miliardi al mese, pari a 600 miliardi all’anno. Troppo per essere ritenuto sostenibile. Da qui, il possibile cambio di passo nei prossimi mesi, come ci svelano le proiezioni sui tassi di CME Group, il principale gruppo di trading dei derivati al mondo, che adesso prevede un aumento al 2,5% a dicembre e un altro al 2,75% a giugno. Erano 3 gli aumenti attesi fino a poche settimane fa nel solo 2019, oltre a quello di fine 2018. Petrolio ai minimi da un anno, infatti, per gli americani hanno una doppia valenza: inflazione in calo da un alto, perdita di posti di lavoro e investimenti dall’altro, essendo l’America la principale economia produttrice di oro nero al mondo, pur ancora importatrice netta. Entrambi gli effetti sarebbero segnali negativi per la Fed.

L’impatto su USA ed Eurozona del crollo del greggio

In sostanza, già la finanza starebbe scontando un rallentamento nei ritmi con cui la Fed procederà nei prossimi mesi con la stretta sui tassi. In teoria, ciò dovrebbe indebolire il dollaro, mentre sta accadendo il contrario, pure contro l’euro. Come mai? Nel frattempo, anche la BCE sta cambiando toni. La scorsa settimana, il governatore Mario Draghi si è mostrato per la prima volta dopo parecchio tempo scettico sul raggiungimento del target d’inflazione da qui a breve, aprendo persino all’ipotesi di un cambio di rotta sul “quantitative easing”, rispetto a quanto sinora contenuto nella “forward guidance”, allontanando la prospettiva di un primo rialzo dei tassi nell’area già nell’estate prossima. Resta da vedere quale effetto avrebbe sulle rispettive economie un allentamento della politica monetaria. L’America sta crescendo in questi mesi al ritmo del 4% e dovrebbe decelerare sotto il 3% nei prossimi trimestri. Al contrario, l’Eurozona sta già decelerando da inizio anno sotto il 2%. E c’è una differenza da non sottovalutare: gli USA stanno centrando ormai stabilmente da mesi il target d’inflazione, mentre l’Eurozona annota un’inflazione di fondo ancora intorno all’1% tendenziale e che inevitabilmente resterebbe stagnante o, addirittura, si ridurrebbe con il recente tonfo del greggio.

Tassi stabili più a lungo e proroga del QE sosterrebbero l’economia nell’area e ridurrebbero le tensioni finanziarie a carico di stati membri come l’Italia, favorendo la scommessa su assets in euro come bond sovrani, corporate e azioni. Queste ultime sono relativamente più a buon mercato di quelle americane, mentre i primi vistosamente costosi. Il ritorno dell’appetito per il rischio, dunque, favorirebbe il mercato azionario e quello obbligazionario periferico, mentre colpirebbe i Bund e gli altri titoli “core”, restringendo lo spread con i Treasuries, attualmente a 270 punti base sulla scadenza a 10 anni. E negli USA? Tassi meno alti in futuro contribuirebbero a prolungare la crescita economica, che va avanti sin dagli inizi del 2009. Si tenga conto che da agosto ad oggi, lo spread tra Treasury a 10 anni e quello a 2 anni si è ampliato da 18 a 25-27 punti base, segnalando aspettative meno “hawkish” del mercato sui tassi, ma anche minori probabilità di recessione per l’economia americana nei prossimi trimestri (o forse, proprio i timori di recessione avrebbero convinto analisti e investitori a scontare minori rialzi dei tassi). Il dollaro, però, perderebbe smalto contro le altre divise, anche se verosimilmente non nei confronti dell’euro, date le condizioni ancora molto accomodanti vigenti nell’area e il prevedibile persistere delle tensioni politiche, specie con l’avvicinarsi delle elezioni europee del maggio prossimo.

Rieccolo il super dollaro! Quanto durerà?

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Argomenti: Economia USA, Fed, Presidenza Trump, super-dollaro, tassi USA