Cambio euro-dollaro, crollo o tenuta? Ecco gli indizi in favore dell’una e dell’altra tesi

Cambio euro-dollaro verso l'alto o ancora più in basso nei prossimi mesi? Ecco il possibile trend, alla luce di quanto accade sui mercati finanziari.

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Cambio euro-dollaro verso l'alto o ancora più in basso nei prossimi mesi? Ecco il possibile trend, alla luce di quanto accade sui mercati finanziari.

E’ stata una settimana particolarmente movimentata sui mercati finanziari quella che ci siamo lasciati alle spalle. La principale novità è arrivata dall’America, dove la Federal Reserve ha fatto presente che non alzerà i tassi per tutto quest’anno e che a settembre porrà termine alla riduzione del suo bilancio. Adesso, investitori e analisti complessivamente non si attendono più alcun rialzo dei tassi nemmeno dopo il 2019. Anzi, il mercato sconta con una probabilità dei due terzi che vi sarà un taglio all’inizio dell’anno prossimo. E i rendimenti sovrani stanno precipitando in tutto il mondo. I decennali americani sono scesi al 2,44-5%, superati venerdì dai titoli a 3 mesi, segno abbastanza negativo per le prospettive future dell’economia USA e che capta l’attesa di un allentamento monetario prossimo. L’omologo bond del Giappone è arretrato stamattina fino a un minimo del -0,095%, così come anche il Bund dalla scorsa seduta è sceso in territorio negativo, offrendo al momento il -0,01%. Persino dall’Australia si battono nuovi record: decennale all’1,76%, il minimo storico.

Uno tra i rendimenti USA e il cambio euro-dollaro mente, ecco quando la bugia sarà svelata

Il dollaro guadagna oltre l’1% mediamente contro le altre principali valute dal mercoledì scorso. Il cambio euro-dollaro, però, non ha subito scossoni, attestandosi inizialmente fin quasi a 1,14 dopo la riunione della Fed, salvo indietreggiare successivamente all’1,13 attuale, restando nel range 1,13-1,15 all’interno del quale si muove da circa un semestre. A un primo sguardo, sembrerebbe abbastanza irrituale che il biglietto verde si apprezzi sulle attese di un prossimi taglio dei tassi negli USA. Tuttavia, bisogna risalire alle ragioni di tale allentamento per capire le reazioni sui mercati: si teme che l’economia americana rallenti troppo o persino vada in recessione.

E se ciò si verificasse, sarebbe un problema per l’intera economia mondiale, sia per le dimensioni che ha il pil USA, sia per il fatto che ad oggi è stato l’unico a crescere a ritmi sostenuti, mentre la Cina segnala di rallentare ai minimi da quasi 30 anni e l’Eurozona rischia di andare in crisi per la terza volta nell’ultimo decennio.

I fattori di debolezza per il cambio euro-dollaro

Quali prospettive concrete per il cambio euro-dollaro? L’assoluta stabilità dall’autunno scorso sembra più il frutto di una incertezza del mercato, anziché di un equilibrio. Esistono, infatti, ragioni per prevedere un apprezzamento e altre per profetizzarne un deprezzamento. Partiamo da quest’ultimo scenario: se gli USA smettessero di crescere, le difficoltà per l’Eurozona non farebbero che aumentare, essendo essa un’area esportatrice netta verso i primi. E i segnali recessivi si moltiplicano in Germania, dove l’indice manifatturiero a marzo è crollato a 44,7 punti dai 47,6 di febbraio, ai minimi da 79 mesi, cioè dal 2012. I 50 punti rappresentano il punto di demarcazione tra espansione e contrazione, per cui la prima manifattura europea sarebbe in deciso calo.

Perché i Bund avrebbero perso la funzione di segnale su tassi e cambio nell’Eurozona

Altro fattore di crisi proviene dalla pessima gestione della Brexit, ossia l’uscita del Regno Unito dalla UE. Londra avrebbe dovuto divorziare ufficialmente tra 4 giorni, ma ha ottenuto un rinvio della scadenza fino al 22 maggio, alla vigilia delle elezioni europee, a causa della doppia bocciatura incassata in Parlamento dall’accordo siglato tra governo May e Commissione. Il dossier è nel caos. La premier Theresa May barcolla e il rischio di una Brexit senza accordo s’impenna, mettendo a rischio le esportazioni europee, indipendentemente dalle tensioni internazionali sui dazi USA-Cina.

Infine, i rischi politici. Le elezioni europee si avvicinano e dovrebbero assegnare un consenso di molto superiore alle formazioni euro-scettiche e “sovraniste”, rispetto al 2014.

Molto probabile che questo esito non stravolgerà gli equilibri a Strasburgo e Bruxelles, con PPE a fare ammucchiata con socialisti, verdi e liberali per evitare alleanze alla sua destra, ma ciò non muterebbe il dato di uno scontento forte e crescente tra gli elettori in tutto il Vecchio Continente nei confronti dell’establishment. Il mercato sta già scontando queste ulteriori tensioni, che negli ultimi mesi hanno paralizzato le agende dei governi di Francia e Germania, mentre l’Italia è da quasi un anno guidata da una maggioranza euro-scettica e la Spagna si avvia verso uno scenario di frammentazione parlamentare con le politiche anticipate di aprile.

Tassi, i limiti per la BCE

Per tutte queste ragioni, la BCE dovrebbe trovare difficile alzare i tassi anche dopo il 2019, specie se la Fed allenterà la propria politica monetaria. Dunque, il cambio euro-dollaro sarebbe destinato a indebolirsi sotto il range attuale? Sì e no. A fronte di tutte queste considerazioni, ve n’è una che le sovrasta: Francoforte ha una cassetta degli attrezzi semi-vuota, non dispone di grossi margini di manovra per allentare ulteriormente la propria politica monetaria e non potrà tagliare i tassi, già azzerati. Erogherà prestiti mirati alle banche, già scontati dal mercato, mentre potrà verosimilmente riprendere gli acquisti netti di assets con il “quantitative easing”, ma il grosso è anche qui fatto, disponendo già di un bilancio dalle dimensioni doppie rispetto al pil di quello della Fed.

In altre parole, i tassi BCE rimarranno semmai fermi, mentre quelli americani scenderanno. E, in effetti, lo spread Treasury-Bund, monitorato come misuratore delle aspettative future sul cambio euro-dollaro, si attesta oggi a 246 punti base, segnalando un possibile cross tra 10 anni in area 1,41, lo stesso da qualche mese, pur in forte calo da 1,52 di un anno fa. Come dire, negli ultimi tempi non ci si aspetta, comunque, un indebolimento ulteriore dell’euro contro il dollaro nel lungo termine. Ma non possiamo non notare il trend discendente che il cambio registra da circa 13 mesi, interrompendo quello rialzista iniziato un anno prima.

Resta da vedere se sia giunto a termine o se le cattive notizie arrivate da Oltreoceano non creino un quadro ancora più fosco per l’unione monetaria e insostenibile per la moneta unica.

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