Cambio euro-dollaro ai minimi da 11 mesi, lo zampino di BCE e petrolio

Il cambio euro-dollaro scende ai minimi dal luglio 2017 sulla crescente divergenza monetaria tra Federal Reserve e BCE. E il petrolio non aiuta il recupero.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il cambio euro-dollaro scende ai minimi dal luglio 2017 sulla crescente divergenza monetaria tra Federal Reserve e BCE. E il petrolio non aiuta il recupero.

E’ stata la peggiore settimana dal novembre 2016 per il cambio euro-dollaro, ovvero dalla vittoria a sorpresa di Donald Trump alle elezioni presidenziali negli USA: -2,2% il bilancio, scendendo a qualche minuto prima delle ore 9.30 a 1,1556, il livello più basso da 11 mesi, ovvero dal luglio 2017. Su base mensile, il cross tra le due valute principali del pianeta è arretrato del 2,6% e del 7,5% in appena 4 mesi. A metà febbraio, infatti, il cambio toccava quota 1,25. Il trend è sostanzialmente in linea con i guadagni messi a segno dal dollaro contro le altre principali valute mondiali, seppure più marcato. Il biglietto verde si è rafforzato, infatti, dell’1,5% in una settimana e del 7,2% dai minimi dell’anno, toccati a fine marzo, salendo ai massimi da oltre 11 mesi.

Cambio euro-dollaro ai minimi dell’anno, trend negativo durerà a lungo?

Cosa sta succedendo? Diversi fattori indeboliscono la moneta unica. Le tensioni politiche nell’Eurozona, alimentate anche dalla nascita del governo euro-scettico di Lega e Movimento 5 Stelle, rivestono un ruolo non secondario nella vicenda, anche se sono perlopiù fattori prettamente economici ad influire. Il primo riguarda la crescente divergenza monetaria tra la Federal Reserve e la BCE. Mercoledì, il governatore Jerome Powell ha annunciato di avere alzato i tassi USA di un altro 0,25%, portandoli al nuovo range dell’1,75-2%. E dalle previsioni realizzate dallo stesso istituto è emerso che per la fine dell’anno, i funzionari si attendono un quarto aumento dei tassi per il 2018, quando fino allo scorso board ne erano attesi tre.

A fronte di tutto ciò, la BCE ha appena annunciato il dimezzamento degli stimoli monetari tra ottobre e dicembre di quest’anno a 15 miliardi mensili e il loro azzeramento dal gennaio prossimo. Tuttavia, un primo rialzo dei tassi non avverrà da qui a un anno e se la Fed ha iniziato a ridurre il bilancio, non rinnovando da mesi parte dei titoli in pancia in scadenza, la BCE continuerà a reinvestirli per almeno un paio di anni. L’Italia, ad esempio, beneficerà anche nel 2019 di acquisti dei suoi BTp per 19 miliardi di euro, meno di un terzo di quelli attesi per quest’anno, ma pur sempre di liquidità aggiuntiva si tratta. Dunque, tra un anno, mentre la BCE si accingerebbe verosimilmente a ritoccare all’insù i suoi tassi di riferimento di un quarto di punto percentuale, la Fed li avrà portati grosso modo in area 3%.

La divergenza tra Fed e BCE

E tale divergenza riflette anche il diverso andamento delle rispettive economie. Il pil americano sta crescendo al ritmo del 3% a trimestre su base annua e potrebbe accelerare già dal trimestre in corso per effetto del maxi-taglio delle tasse voluto dall’amministrazione Trump, mentre quello nell’Eurozona sta già mostrando segni di rallentamento. Per non parlare del tasso di disoccupazione, sceso ai minimi dal 2000 negli USA al 3,8% di maggio, mentre nell’unione monetaria continua ad attestarsi all’8,5%. In più, se è vero che l’inflazione ha centrato finalmente il target della BCE a maggio, salendo all’1,9% su pressione dei prezzi energetici, negli USA giace stabilmente sopra il 2% negli ultimi mesi e persino il dato di fondo, al netto delle componenti volatili, è quasi in linea con l’obiettivo della Fed.

Semmai, la banca centrale americana ha il problema di come muoversi per non minacciare l’ottimo stato di salute dell’economia a stelle e strisce da un lato e per evitare che si surriscaldi troppo dall’altro. Non può permettersi di rimanere indietro (“behind the curve”) sui tassi, ma nemmeno di alzarli troppo, dati i livelli infimi ancora vigenti nelle altre economie principali. La BCE, al contrario, nei prossimi mesi si troverà dinnanzi a un dilemma sui tempi di avvio della stretta: rischiare di replicare l’errore tragico del 2011, quando un improvvido rialzo dei tassi provocò una devastante crisi sui mercati finanziari dell’area, quasi arrivando a travolgere l’euro, oppure prendersi qualche mese in più, ma con il pericolo di assistere a una reflazione minacciosa, specie se proprio l’indebolimento del cambio dovesse sostenere la crescita dei prezzi dei beni importati?

Ieri, le proiezioni macro diffuse da Riga, dove si è tenuto in trasferta il quarto board dell’anno della BCE, hanno confermato che nemmeno l’istituto prevede un’inflazione in linea con il target entro il 2020. Questo significa che, pur venendo meno gli stimoli, non vi sarebbero affatto le condizioni per profetizzare oggi una stretta decisa. Ricordiamoci che la Fed avviava il primo rialzo dei tassi dopo 9 anni e mezzo nel dicembre 2015, ma si è dovuti attendere esattamente 12 mesi per assistere al secondo. Pertanto, prima di vedere i tassi BCE all’1% potremmo dovere aspettare un paio di anni, se non di più. Ecco spiegata la debolezza del cambio euro-dollaro, che risente anche della perdita di dinamicità della congiuntura nell’area, dopo un 2017 migliore delle attese. Per di più, l’assestamento delle quotazioni del petrolio intorno ai 75 dollari al barile, dopo il quasi raddoppio registrato in appena un anno e mezzo, non spinge l’euro. Il caro-barile, infatti, tenderebbe a rafforzare la moneta unica sulla previsione di una stretta più vicina e più veloce da parte della BCE, essendo ancora in modalità ultra-accomodante. Dunque, se il petrolio continuasse a salire, tra Atlanta e Francoforte sarebbe la seconda a dovere segnalare una posizione più “hawkish”, dato che la prima il lavoro lo ha in buona parte svolto. Ma sta avvenendo l’esatto contrario.

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Argomenti: Bce, Cambio euro-dollaro, Fed, super-dollaro, tassi USA