Cambio euro-dollaro ai massimi da marzo 2018, ecco perché il rialzo dovrebbe durare poco

Moneta unica ai massimi contro la divisa americana da quasi 3 anni. La debolezza dell'economia nell'Eurozona induce a ritenere che l'apprezzamento non duri a lungo.

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Cambio euro-dollaro al top da 33 mesi

Ieri, il cambio euro-dollaro è salito sopra 1,21 dopo avere superato a inizio settimana la soglia psicologica di 1,20. Quest’anno, guadagna circa l’8,6%. Tantissimo per un’economia in recessione e da mesi finita anche in deflazione per via del crollo dei consumi seguito all’emergenza Covid. L’Eurozona è “export-oriented” e non può permettersi di soffocare la ripresa nei prossimi mesi con un cambio forte, che oltretutto rischierebbe di accentuare quella “crescita diseguale” intravista dal Fondo Monetario Internazionale per il dopo-pandemia. Se da un lato la Germania riuscirebbe a sostenere livelli ben più forti per le sue imprese, il Sud Europa no. E forse neppure la Francia, duramente colpita dalla crisi sanitaria, specie con la seconda ondata di contagi.

Questo trend spronerà la BCE a rompere gli indugi, qualora ancora ve ne fossero, al board del prossimo giovedì. L’istituto varerà certamente nuovi stimoli monetari – si parla già di aumentare gli acquisti di bond con il PEPP di 500 miliardi di euro – e con ogni probabilità annuncerà di volerne allungare ulteriormente la durata, così da coprire almeno tutto il 2021, se non parte del 2022. Il problema è che i mercati hanno già scontato tali misure, per cui difficilmente il cambio euro-dollaro si ritrarrà dopo il board sotto la soglia di 1,20. A meno che in conferenza stampa, comunicando le ultime proiezioni macro dell’anno per il prossimo triennio, Christine Lagarde non si mostrasse più pessimista del previsto circa la ripresa dell’Eurozona nei prossimi trimestri.

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L’ottimismo sosterrà il dollaro

Per fortuna dell’unione monetaria, dovrebbe essere il dollaro a ritrovare vigore nei prossimi mesi.

Lo preannuncerebbe il rialzo dei rendimenti americani, con il Treasury a 10 anni ad essersi riportato allo 0,95%, ai massimi da inizio marzo, cioè prima che la pandemia irrompesse in Occidente, attraverso l’avamposto italiano. Sta accadendo, infatti, che l’ottimismo sulla ripresa economica degli USA, trainato sia dalle notizie sui vaccini e sia dal possibile accordo bipartisan al Congresso su nuovi stimoli fiscali, stia surriscaldando le aspettative d’inflazione. Queste sono salite ai massimi da oltre un anno e mezzo, in area 1,75%. Pur restando sotto il target d’inflazione della Federal Reserve, che è del 2% per il medio termine, sarebbe un segnale che il governatore Jerome Powell non dovrebbe sottovalutare, essendosi già impegnato a non alzare i tassi fino al 2023.

Ne consegue che nuovi stimoli monetari negli USA stiano diventando un’ipotesi meno probabile, mentre nell’Eurozona si rendono una mossa obbligata per evitare una recessione lunga e anche la caduta nella deflazione. Se le cose stanno così, il dollaro dovrebbe tornare a rafforzarsi nei prossimi mesi per via dell’afflusso dei capitali negli USA in cerca di “yield” e fino a quando tensioni e incertezze non verranno rimosse anche altrove. Da “safe asset”, infatti, la divisa americana tende a indebolirsi nelle fasi avverse. Certo, la rapidità con cui i vaccini saranno resi disponibili al grosso delle popolazioni farà la differenza. Non a caso, le autorità britanniche hanno tagliato la testa al toro e bruciando forse qualche tappa, ieri hanno autorizzato la commercializzazione del vaccino Pfizer-BioNTech a partire dalla prossima settimana. Perché i governi di tutto il mondo hanno chiaro che chi prima esce dalle restrizioni anti-Covid, prima si rimette in moto e potrà superare gli altri nel post-pandemia.

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