Cambio euro-dollaro ai massimi da luglio e forse non è una buona notizia

Il cambio euro-dollaro risale dai minimi toccati a febbraio e guadagna il 4% in due settimane. Lungi dal riflettere il miglioramento dell'Eurozona, è conseguenza di quanto accaduto negli USA.

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Il cambio euro-dollaro risale dai minimi toccati a febbraio e guadagna il 4% in due settimane. Lungi dal riflettere il miglioramento dell'Eurozona, è conseguenza di quanto accaduto negli USA.

Dai minimi toccati il 20 febbraio scorso, il cambio euro-dollaro si è rafforzato del 4%, salendo venerdì a oltre 1,1230, ai massimi dal mese di luglio, circa otto mesi fa. In un paio di settimane, da estremamente “bearish” il quadro per il principale cross mondiale è diventato “bullish”. La svolta è arrivata con il taglio dei tassi della Federal Reserve, deciso nel corso di una riunione d’emergenza ad Atlanta e pari a 50 punti base. Il mercato non esclude ulteriori riduzioni del costo del denaro, anzi si aspetta che già al board del 17-18 marzo il governatore Jerome Powell annunci un nuovo allentamento monetario. E secondo Jeffrey Grundlach, a capo di DoubleLine e considerato il “re dei bond”, i tassi a breve sarebbero diretti verso lo zero.

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Contro l’insieme delle principali valute mondiali, il dollaro ha perso il 3,4% nelle ultime due settimane. L’indebolimento è giustificato dalla riduzione delle distanze tra i livelli dei tassi americani e quelli fissati dalle altre banche centrali. La cosiddetta divergenza monetaria si è ristretta con l’ultimo taglio dei tassi e sembra destinata a stringere ulteriormente nei prossimi mesi, facendo venire meno il “carry trade”, la molla che ha reso “super” il dollaro negli ultimi tempi.

Per “carry trade” s’intende prendere a prestito capitali presso le economie in cui i tassi risultano relativamente bassi per investirli in altre in cui i tassi sono più alti. In questo modo, ci s’indebita a basso costo e si ottengono rendimenti più elevati, maturando un profitto. Dal momento che il resto del mondo avanzato gode di un costo del denaro nettamente inferiore a quello americano, i capitali defluiscono da Europa e Giappone verso gli USA e ciò rafforza il dollaro.

BCE a corto di munizioni

Questa forza di sostegno al biglietto verde sta venendo parzialmente meno, un fatto che lascia supporre che anche nel prossimo futuro l’euro dovrebbe continuare ad alzare la testa, pur rimanendo debole. Ma se questo è vero, non sarebbe un buon segnale di per sé per l’economia dell’Eurozona. La minore divergenza monetaria attesa implica che la BCE non disponga più di margini a sufficienza per tagliare i tassi e reagire al rallentamento economico nell’area, nemmeno se dovesse arrivare una recessione vera e propria. E’ il timore che serpeggia da tempo a Francoforte, dove tutti sanno che l’ex governatore Mario Draghi abbia perso un’occasione d’oro tra il 2016 e il 2017 per tornare ad alzare i tassi, ricostituendo quei margini minimi da utilizzare all’occorrenza.

La BCE arriva sempre tardi e male, a causa dell’eterogeneità delle sue posizioni interne, riflesso di un andamento differenziato delle 19 economie che compongono l’unione monetaria. Ad esempio, nel 2015 varò il “quantitative easing” con sei anni abbondanti di ritardo rispetto alla Fed, mentre a fine 2018 annunciò la sua cessazione, salvo riattivarlo pochi mesi dopo per il rischio recessione. E anche stavolta non si prevede un intervento tempestivo, anche perché obiettivamente i tassi sono già a zero e il QE può benissimo essere potenziato dai 20 miliardi di euro mensili, ma ciò implicherebbe un cambio delle regole sul quale venne istituito cinque anni fa, altrimenti all’istituto non sarebbe più possibile continuare ad acquistare Bund e bond olandesi dopo pochi mesi, a causa della loro carenza.

Il rafforzamento dell’euro, quindi, non è lo specchio di un miglioramento delle condizioni macro nell’Eurozona, quanto della possibilità ostentata dalla Fed di manovrare i tassi per sostenere l’economia americana. E’ un effetto desiderabile per la Casa Bianca, che con Donald Trump invoca da anni che il dollaro si sgonfi, molto meno per la BCE, che a corto di munizioni deve solo sperare che la crescita regga, ed essendo in larga parte dipendente dalle esportazioni, il fattore cambio per noi si rivela di fondamentale importanza.

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