Cambio euro-dollaro ai massimi da febbraio, vi spieghiamo perché non sorprende

Il cambio euro-dollaro è salito ai massimi da febbraio, ponendo fine al rally del biglietto verde, che si era registrato fino a poche settimane fa. Vediamo perché questa inversione del trend non dovrebbe stupirci.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il cambio euro-dollaro è salito ai massimi da febbraio, ponendo fine al rally del biglietto verde, che si era registrato fino a poche settimane fa. Vediamo perché questa inversione del trend non dovrebbe stupirci.

Il cambio euro-dollaro nel primo pomeriggio di oggi si è portato fino a 1,1410, il livello più alto degli ultimi 3 mesi. Su base mensile, la moneta unica ha guadagnato il 6,6%, mentre il dollaro risulta avere perso oltre il 4% contro le principali 10 valute mondiali, ponendo fine al +20% messo a segno dal luglio del 2014 fino alla fine di marzo di quest’anno. Al contempo, lo spread tra i Treasuries e i Bund a 10 anni si è ridotto a 151 punti base (1,51%), il differenziale più basso da quasi tre mesi e mezzo. Fino a quando i rendimenti tedeschi continueranno a salire, è probabile che gli investitori si sposteranno dal dollaro all’euro, nonostante i titoli di stato americani restino oltre 3 volte più remunerativi di quelli tedeschi. Il punto è che il dollaro aveva corso troppo, anche se per alcuni troppo poco. Se è vero che le politiche monetarie della Federal Reserve e della BCE divergeranno almeno da qui ai prossimi 2 anni, con la prima ad imbracciare una stretta monetaria e la seconda ad erogare stimoli fino al settembre del 2016 e a tenere i tassi invariati allo 0,05% fino a tutto l’anno prossimo, è altrettanto vero che il cambio dovrà tenere conto nel medio termine dei fondamentali.   APPROFONDISCI – Cambio euro-dollaro oltre 1,13 dopo i dati USA sulle vendite ad aprile, le conseguenze  

Economie a confronto

Questi ci dicono che l’economia americana è molto più solida di quella dell’Eurozona e crescerà quest’anno e l’anno prossimo quasi il doppio. La disoccupazione negli USA è la metà di quella nell’unione monetaria, prossima alla piena occupazione, quando da noi si registra la più grave crisi del mercato del lavoro dal Secondo Dopoguerra. Detto questo, il cambio riflette la domanda della valuta, ossia le esportazioni di beni, servizi e di capitali, al netto delle relative importazioni. Ebbene, questi dati sono colti dai saldi delle partite correnti, che ci spiegano come l’Eurozona abbia registrato nei 12 mesi fino allo scorso 31 marzo un surplus corrente di 240,4 miliardi di euro, in crescita dai 191,3 miliardi dei 12 mesi cumulati fino a febbraio. Al  contrario, in attesa di conoscere i risultati dell’ultimo trimestre, gli USA hanno registrato nell’intero 2014 un deficit di 410,6 miliardi di dollari, il 2,4% del pil americano. E ciò che fa riflettere è la crescita del disavanzo negli ultimi 3 trimestri e il saldo costantemente negativo, per quanto in riduzione negli ultimi anni.   APPROFONDISCI – La Germania contro l’Europa: non ridurremo il surplus delle partite correnti  

L’Eurozona esporta, l’America importa

Cosa ci spiegano queste cifre? Che l’America importa dal resto del mondo merci, servizi e capitali in quantità superiore a quanti ne esporti. Viceversa, l’Eurozona esporta più di quanto complessivamente importi. A nulla vale il ragionamento, per cui a fronte di un surplus corrente della Germania di quasi l’8% atteso del pil per quest’anno, altri paesi dell’area sono in deficit, perché vale l’insieme dei dati. Certo, i saldi riflettono gli scambi con il resto del pianeta, non solo quelli bilaterali tra USA ed Eurozona, ma quello che ci fanno capire è che con questa tendenza, il dollaro non dovrebbe correre troppo mediamente contro le altre valute, così come l’euro non potrà indebolirsi troppo. E’ chiaro che, una volta che la Fed alzerà i tassi, il biglietto verde presumibilmente si rafforzerà ancora e l’euro scivolerà insieme alle altre valute, ma con questi fondamentali, non ci sarebbe spazio per grosse variazioni. D’altronde, l’America cresce e consuma, ma proprio questo alimenta le importazioni di beni e servizi, così come deve importare dall’estero anche i capitali, essendo storicamente basso (anche se in ripresa) il risparmio interno. L’Eurozona vive lo scenario opposto: pil sotto i livelli del 2007 e disoccupazione ai massimi spingono i suoi cittadini a sotto-consumare e le imprese a sotto-investire. Ciò genera scarse importazioni e risparmio relativamente abbondante.   APPROFONDISCI – Cambio euro-dollaro a 1,1376, dove va la moneta unica e perché si rafforza?    

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Argomenti: Crisi Euro