Cambio euro-dollaro a +3,7% a marzo: guerra valutaria o accordo Fed-BCE?

Tassi USA, aumenti più lontani, stretta più graduale. La Fed gioca a indebolire il dollaro e il cambio con l'euro sfonda quota 1,13.

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Tassi USA, aumenti più lontani, stretta più graduale. La Fed gioca a indebolire il dollaro e il cambio con l'euro sfonda quota 1,13.

Il governatore della Federal Reserve, Janet Yellen, ha allontanato ieri la prospettiva di un secondo rialzo dei tassi USA in tempi brevi, sostenendo che le prossime azioni restrittive saranno molto graduali, in quanto terranno conto degli “sviluppi globali” e, in particolare, dell’evoluzione della situazione in Cina, così come dell’impatto che un ulteriore rafforzamento del dollaro avrebbe sull’inflazione americana.

In poche parole, il numero uno dell’istituto ha spazzato via le timide aspettative rialziste, che pure erano sorte in virtù di alcune dichiarazioni rese da diversi componenti del board, tra cui il governatore della Fed di St.Louis, James Bullard, il quale soltanto la settimana scorsa parlava di nuova stretta probabile già in aprile. Dopo il discorso pronunciato all’Economic Club di New York, la Yellen ha sostanzialmente azzerato le probabilità di un rialzo dei tassi in aprile, ma le ha abbassate di molto anche con riferimento a giugno. I traders stimano adesso tale evento al 28% contro il 38% di lunedì.

Dollaro debole: a marzo perde il 3,4%

La prima vittima delle dichiarazioni del governatore è stato senz’altro il dollaro, che ieri ha perso lo 0,82% contro le principali 16 valute del pianeta e ancora oggi cede qualche altro decimale. Ma è tutto il mese di marzo a mostrarsi decisamente negativo per il biglietto verde, che ha ceduto nel periodo il 3,36%, portando al -3,6% il dato complessivo da inizio anno. Su base mensile, si tratta del risultato peggiore degli ultimi 5 anni. Inevitabile il rafforzamento anche della moneta unica, come dimostra il trend del cambio euro-dollaro, salito oltre quota 1,13, attestandosi a 1,1308 di questi minuti. La divisa europea si è apprezzata del 3,7% a marzo, guadagnando la stessa percentuale dall’inizio dell’anno. Euro e dollaro speculari, insomma.      

Stretta USA sempre più graduale

Eppure, questo significa che la Fed starebbe vincendo la sua battaglia contro la deflazione, come dimostrano anche i dati sui prezzi negli USA, mentre la BCE rischia di perderla, visto che un apprezzamento del cambio porterebbe a un calo dei prezzi nell’Eurozona. La politica del “frega il tuo vicino” starebbe vedendoci soccombere? L’America è tornata alla carica quest’anno per non subire i colpi di una guerra valutaria in atto nel pianeta? Le ultime mosse della banca centrale americana appaiono poco scrutabili. A dicembre, dopo 9 anni e mezzo, alza per la prima volta i tassi dello 0,25%, stimando per quest’anno 4 nuovi aumenti di un quarto di punto ciascuno. Arriva gennaio e i mercati finanziari entrano in forte fibrillazione sui timori per un rallentamento dell’economia globale, specie della Cina. A quel punto, i piani della Fed sembrano compromessi, nonostante i segnali in arrivo dall’economia americana appaiono ancora confortanti. Tuttavia, nelle ultime settimane, le tensioni finanziarie si sono sopite, anche se le stime di crescita globale sono state tagliate dall’OCSE e ad aprile lo saranno anche ad opera del Fondo Monetario Internazionale.

Sarebbe l’Eurozona l’area avanzata maggiormente in frenata, mentre gli USA dovrebbero continuare a crescere intorno al 2%.      

Mosse concordate?

Per capire cosa stia succedendo, forse dobbiamo fare riferimento al vertice del G-20 finanziario di Shanghai del mese scorso, quando le principali economie del pianeta avrebbero concordato una strategia per evitare una corsa disastrosa alle svalutazioni competitive, che metterebbe in ginocchio il commercio mondiale e la stessa economia globale. Da allora, in effetti, lo yuan cinese si è rafforzato dell’1%, anche se alla prima riapertura dei mercati dopo il consesso, la People’s Bank of China aveva nuovamente svalutato la divisa asiatica. Il dollaro si è indebolito di molto, come abbiamo visto dai dati sopra citati, mentre ad essere uscito sostanzialmente rafforzato è l’euro.

O guerra valutaria?

Ora, delle due l’una: o l’indebolimento del dollaro è stato orchestrato tra i principali ministri finanziari del pianeta, oppure esso è frutto di un’azione unilaterale, quanto legittima, della Fed, ma nel quale caso rappresenta una risposta all’allentamento della politica monetaria presso le principali banche centrali del pianeta e, in particolare, alla BCE; insomma, l’ennesimo capitolo della “guerra valutaria” in corso da anni.

Da quest’ultimo punto di vista, la maggiore gradualità paventata dalla Yellen nell’alzare prossimamente i tassi sarebbe una neutralizzazione del potenziamento degli stimoli monetari di Mario Draghi. Un bel colpo alle chance del governatore italiano di centrare al più presto il target d’inflazione, anche se i prezzi delle materie prime risentono positivamente di un biglietto verde più debole.  

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