Cambio euro-dollaro a 1,10, esportazioni europee poco reattive per uno studio Fed

L'impatto del super-dollaro sull'inflazione negli USA sarebbe scarso per uno studio della Fed di Cleveland. L'effetto del crollo dell'euro sulle nostre esportazioni sarà anch'esso poco evidente?

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
L'impatto del super-dollaro sull'inflazione negli USA sarebbe scarso per uno studio della Fed di Cleveland. L'effetto del crollo dell'euro sulle nostre esportazioni sarà anch'esso poco evidente?

Nonostante il forte miglioramento dell’occupazione negli USA, il governatore della Fed di Chicago, Charles Evans, si è espresso contro un imminente rialzo dei tassi, non intravedendone alcuna urgenza, spiegando che il rafforzamento del dollaro metterebbe a rischio la crescita dei prezzi, già molto bassa, allontanando l’obiettivo del 2%. Evans ha sempre avuto un atteggiamento da “colomba”, per cui la sua posizione non rappresenta una novità, ma è la spia di una certa preoccupazione tra i banchieri centrali della Fed, i quali potrebbero così ritardare l’avvio della stretta monetaria o, una volta iniziata, i successivi rialzi dei tassi potrebbero essere meno ravvicinati di quanto sinora previsto.

Il super-dollaro si sgonfia un pò

Al momento, il cambio euro-dollaro sale dello 0,7% a 1,0985. Nell’ultima settimana, il biglietto verde ha perso contro la moneta unica il 4,2%, ripiegando dopo i forti guadagni delle settimane precedenti.   APPROFONDISCI – Cambio euro-dollaro a 1,10, ecco cosa sta provocando l’inversione del trend   Negli ultimi 10 mesi, il dollaro si è rafforzato del 21,5% contro l’euro, del 23% contro le principali valute, con ciò allarmando la Fed e il mercato per le possibili conseguenze negative sulle esportazioni delle imprese americane e sull’ulteriore discesa dell’inflazione, attraverso la riduzione dei costi dei beni importati.

Effetti scarsi sull’inflazione USA dal super-dollaro

Eppure, un rapporto della Fed di Cleveland, pubblicato ieri, dimostrerebbe come il legame tra il rafforzamento del dollaro e la discesa dei prezzi negli USA sarebbe molto blando. Tra luglio e dicembre del 2014, il dollaro si è apprezzato del 9%, a fronte di cui i prezzi sono diminuiti del 9,7%, ma al netto dei beni energetici, sono diminuiti solo dell’1,3%. Secondo lo studio, un dollaro più forte mediamente dell’1% farebbe abbassare i prezzi negli USA solo dello 0,3% cumulato in sei mesi. La ragione di questa legame debole risiede, spiega sempre il rapporto, nel fatto che il 95% dei beni importati dagli USA è denominato in dollari, perché trattasi di commodities o di beni fortemente esposti alla concorrenza, mentre solamente i beni offerti su mercati concorrenziali sarebbero prezzati nelle valute dei paesi produttori. Si rileva, infine, come negli ultimi 40 anni, il trasferimento delle variazioni del cambio sui prezzi si è attenuato sia negli USA che nelle altre principali economie mondiali.   APPROFONDISCI – La Fed riunita discute di tassi, crescita e inflazione USA. Cosa dirà stasera la Yellen?  

Esportazioni europee insensibili al crollo dell’euro?

Se questo ragionamento è vero, il dubbio è che l’indebolimento dell’euro contro il biglietto verde potrebbe non stimolare le nostre esportazioni più di tanto, visto che l’effetto finale sui prezzi sarebbe poco percettibile. Ciò varrebbe, a maggior ragione, per le esportazioni di beni di nicchia o in situazioni di forte concentrazione dell’offerta, sia con riferimento ai produttori, sia ai distributori. In sostanza, quello che ci segnala il rapporto è che il dollaro potrebbe anche essersi rafforzato molto contro le altre valute, ma solo in parte ciò si tradurrà in prezzi più bassi negli USA. I consumatori americani, quindi, non avvertirebbero un declino dell’inflazione o lo scivolamento nella deflazione, né reagirebbero, quindi, al super-dollaro con un aumento delle importazioni di beni e servizi stranieri. In altri termini, il QE della BCE avrà anche indebolito l’euro, ma non riuscirebbe a risollevare granché il nostro export verso l’America. Se al prossimo board di fine aprile dovesse prevalere la linea indicata nel rapporto di Cleveland sulle paure espresse da Evans, il rialzo dei tassi a giugno non sarà rinviato e, aldilà della retorica accomodante, volta a non spaventare i mercati, il governatore Janet Yellen potrebbe procedere a una stretta monetaria comunque non così lenta come si sarebbe portati a credere.   APPROFONDISCI – Il super-dollaro spaventa la finanza USA, Wall Street nervosa  

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Argomenti: Crisi Euro