Cambio euro-dollaro a 1,10, ecco cosa sta provocando l’inversione del trend

Il cambio euro-dollaro è salito fino a oltre 1,10, segnando un rialzo di più del 4% in una settimana. Il rafforzamento dell'euro è dettato anche dalle ultime dichiarazioni della Fed-

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il cambio euro-dollaro è salito fino a oltre 1,10, segnando un rialzo di più del 4% in una settimana. Il rafforzamento dell'euro è dettato anche dalle ultime dichiarazioni della Fed-

Continua a rafforzarsi la moneta unica contro il biglietto verde. Nella mattinata di oggi, il cambio euro-dollaro è salito oltre la soglia di 1,10, portandosi a 1,1005, scendendo successivamente a 1,0984, dopo che lo scorso 16 marzo era sceso fino a 1,0458, il livello più basso degli ultimi 12 anni. Da allora, però, la divisa europea ha perso oltre il 4%, segno che qualcosa sembra essere cambiato nell’umore degli investitori. Oggi, a imprimere un’accelerazione al trend è stata la pubblicazione sul Pmi manifatturiero a marzo in Germania, salito oltre le attese, ai massimi da 8 mesi. La svolta è stata impressa dalla conferenza stampa di 6 giorni fa del governatore della Federal Reserve, Janet Yellen, che ha fatto intravedere da un lato un rialzo dei tassi a giugno, come da attese, ma dall’altro ha segnalato anche l’intenzione di procedere a una stretta monetaria dal passo meno veloce di quanto si potrebbe immaginare. Proprio il rafforzamento del dollaro, ai massimi da quasi 12 anni contro le principali valute, oltre al tracollo delle quotazioni del petrolio, sono i fattori che inciderebbero sui tempi delle prossime mosse di politica monetaria. Entrambi allontanerebbero l’obiettivo di un’inflazione al 2% (+0,2% a febbraio la crescita dei prezzi monitorati dalla Fed), mentre il super-dollaro potrebbe impattare negativamente anche sulla crescita dell’economia americana, tramite una perdita di competitività delle imprese.   APPROFONDISCI – Cambio euro-dollaro in rialzo: +4% in una settimana, ma gli americani credono al calo  

Tassi Fed: quando il rialzo?

Ieri, il vice-governatore Stanley Fischer ha mandato un segnale molto importante ai mercati, quando ha sostenuto che si dovrebbe fare attenzione a pensare unanimemente che i tassi USA saranno alzati a una certa data, sostenendo che il primo rialzo dovrebbe avvenire entro la fine dell’anno, ma che si tratti di giugno o settembre o una data intermedia dipende essenzialmente dai dati economici, non esistendo un percorso prestabilito. Fischer ha aggiunto che non bisogna pensare che ci sarà una stretta come quella del 2004 con 17 aumenti consecutivi dei tassi, invitando allo scopo a guardare a come la Fed si è comportata in passato. Tuttavia, Barclays rileva che proprio il comportamento della Fed negli ultimi tempi spingerebbe a pensare che, aldilà dei toni “dovish”,  l’istituto procederà a una stretta dai ritmi costanti, com’è accaduto con il “tapering”, ossia con la riduzione degli stimoli monetari. Nonostante sia Ben Bernanke che la Yellen avessero avvertito che il loro taglio non sarebbe stato automatico, ma dipendente dai dati dell’economia, alla fine si è avuto una riduzione a ogni board, come previsto dagli analisti.   APPROFONDISCI – Cambio euro-dollaro verso la parità, stabile o in risalita?  

Dalla Fed un bluff?

D’altra parte, il governatore della Fed di San Francisco, John Williams, che ha quest’anno diritto di voto, ha dichiarato nelle scorse ore che il rafforzamento del dollaro non impatterebbe negativamente sull’economia USA, la cui crescita nel 2015 dovrebbe essere del 2,5%, mentre ha spiegato che sul rialzo dei tassi si potrà discutere a metà anno. Il senso delle dichiarazioni di Fischer potrebbe essere questo: la Fed non intenderebbe mettere in discussione l’avvio della stretta monetaria, quanto limitarne l’impatto sul dollaro, al fine di non rafforzarlo eccessivamente. Per fare questo, ha bisogno di una maggiore volatilità dei mercati, ossia che gli investitori non scommettano tutti unanimemente sull’indebolimento dell’euro e l’apprezzamento del biglietto verde. Infine, la Fed vorrebbe ancora una volta segnalare che il suo percorso non è prefissato, ma dipenderà dai dati dell’economia. Detto ciò, però, che vi sia una prospettiva di ulteriore rafforzamento dell’euro sembra poco probabile, data la netta divergenza tra le politiche monetarie di Fed e BCE. E’ anche vero, però, che la parità sembra allontanarsi e forse ciò da sollievo sia alla Yellen che a Mario Draghi.   APPROFONDISCI – Cambio euro-dollaro, contrordine di Hsbc: la moneta unica salirà a 1,20 entro 2 anni    

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Argomenti: Bce