Cambio euro-dollaro a 0,85 per Deutsche Bank: ecco le ultime previsioni scioccanti

L'euro potrebbe crollare fin sotto la parità con il dollaro. Lo rilevano le previsioni di diversi analisti, tra cui Deutsche Bank. Vediamo cosa potrebbe realmente accadere.

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L'euro potrebbe crollare fin sotto la parità con il dollaro. Lo rilevano le previsioni di diversi analisti, tra cui Deutsche Bank. Vediamo cosa potrebbe realmente accadere.

Quando a gennaio la banca olandese ING Groep NV aveva stimato il cambio tra euro e dollaro sulla parità entro 2 anni, la previsione era stata accolta da un pizzico di scetticismo dai mercati e dagli altri analisti, le cui attese erano rimaste per un rapporto più elevato tra le due valute. Ad appena 2 mesi di distanza, anche Deutsche Bank arriva a prevedere un indebolimento dell’euro fino al cambio di 1:1 contro il dollaro. E non entro 2 anni, bensì da qui alla fine del 2015.   APPROFONDISCI – L’euro crollerà a un rapporto di 1:1 contro il dollaro? Ecco la previsione clamorosa   Ma lo studio di Deutsche Bank rivela un esito ancora più forte.

Alan Ruskin, a capo del settore cambi del G-10 per l’istituto a New York, ritiene che la moneta unica scivolerà progressivamente fino a toccare 0,85 contro il dollaro entro il 2017. Altro che previsione clamorosa di ING Groep. Se fosse vera quella di Deutsche Bank, l’euro avrebbe quasi dimezzato il suo valore contro il dollaro, rispetto al 2008, quando il cambio tra le due valute si attestava a 1,60. E rispetto al maggio del 2014, quando era ancora di 1,39, si tratterebbe di un crollo del 39%. Anche Barclays ha tagliato le sue stime sull’euro a febbraio, portandole da 1,07 a 1 per la fine del 2015. Nomura vede un rapporto di 1,05 entro la fine dell’anno, mentre TD Securities pronostica un deprezzamento dell’euro a 0,96 entro dicembre. Infine, Goldman Sachs ha tagliato le sue aspettative sul cambio da 1,15 a 1,08. Ma nella mattinata di oggi, l’euro era scivolato già a 1,069 contro il biglietto verde, il livello più basso degli ultimi 12 anni.

Perché il crollo dell’euro

Il tracollo dell’euro sarebbe dovuto alla divergenza delle politiche monetarie tra Federal Reserve e BCE da qui ai prossimi 2 anni almeno. La Fed dovrà alzare finalmente i tassi USA entro l’estate, dopo 7 anni di tassi zero e di liquidità a fiumi sui mercati. Al contrario, mentre l’America iniziava a ritirare gli stimoli monetari, la BCE dallo scorso mese di giugno s’imbarcava in una nuova fase ultra-accomodante della sua politica monetaria, fino a tagliare a -0,2% i tassi sui depositi overnight, ad abbassare quelli di riferimento allo 0,05% e a varare un piano di “quantitative easing” di 60 miliardi al mese, iniziato il lunedì scorso e che proseguirà fino al settembre del 2016.   APPROFONDISCI – Cambio euro-dollaro ai minimi dal 2003, ecco perché il biglietto verde è così forte   Francoforte si è anche impegnata a non alzare i tassi fino alla fine del 2016, quando probabilmente la Fed avrà portato i suoi dall’attuale range di 0-0,25% a circa il 2,5%. La profonda dicotomia attesa tra le due realtà economiche sta, quindi, determinando un riposizionamento del tasso di cambio, anche se i fondamentali suggerirebbero un euro più forte contro il dollaro, dato il surplus della bilancia commerciale e l’afflusso di capitali nell’Eurozona. C’è un fattore da considerare in queste analisi: la reazione della Fed. L’istituto è timoroso che l’eccessivo rafforzamento del dollaro – non solo contro l’euro, dato il rally da inizio anno contro 14 delle 16 principali valute – potrebbe impattare negativamente sui prezzi, allontanando l’obiettivo di un’inflazione al 2%, colpendo le esportazioni e traducendosi in un rallentamento della crescita dell’economia americana, a maggior ragione che il tracollo dei prezzi energetici ha già provocato un calo tendenziale dei prezzi anche negli USA. Per questo, potrebbe ritardare l’avvio della stretta monetaria di qualche mese, ma ciò non cambierebbe la sostanza del trend della politica monetaria americana. Semmai, farebbe parzialmente la differenza il ritmo con cui la Fed alzerebbe i tassi, se di 25 punti base a ogni meeting del Fomc, come avvenne nel 2004, oppure se dilatando i tempi, in modo da contenere le distanze con l’Eurozona e il Giappone. In effetti, se il rischio inflazione dovesse venire meno e s’intravedesse il pericolo opposto di prezzi eccessivamente “freddi”, l’istituto avrebbe i margini per evitare una stretta vigorosa, con ciò evitando che il dollaro continui a rafforzarsi.   APPROFONDISCI – Tassi USA, le nuove previsioni dopo i dati sulla disoccupazione di febbraio    

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