Buyback, il magico mondo fittizio (e rischioso) della finanza moderna

Il "buyback" azionario è utilizzato in larga scala negli USA, risultando un fenomeno esploso negli ultimi 6 anni. E' un rischio molto grave, se non viene tenuto a bada.

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Se c’è un aspetto positivo, che emerge dall’andamento delle borse negli ultimi mesi, è l’aumento della volatilità, sintomatico del progressivo sgonfiamento della bolla finanziaria, alimentatasi dopo il 2009, per effetto delle politiche ultra-accomodanti delle principali banche centrali, che dovendo sostenere le economie travolte dalla crisi, hanno azzerato i tassi e iniettato ingenti dosi di liquidità sui mercati. A conferma del trend, abbiamo anche l’S&P 500 Buyback Index, un indicatore poco noto, ma che ci aiuta meglio a verificare in che direzione starebbe andando il mondo della finanza.

Per capirlo, però, dobbiamo fare un passo indietro e spiegare, anzitutto, cosa sia il “buyback”.

Buyback azionario, cos’è

Letteralmente, il termine inglese significa “riacquisto” e, in effetti, si tratta di un’operazione di riacquisto di azioni proprie da parte di una società quotata in borsa. Perché ciò avviene? Le motivazioni possono essere diverse e concomitanti. Il “buyback” generalmente mira a remunerare i soci-azionisti. Infatti, quando una società impiega liquidità per acquistare le sue stesse azioni, poiché non può essere proprietaria di sé stessa, dovrà annullarle, con la conseguenza di ridurre in circolazione il numero dei titoli, che compongono il flottante libero. Meno azioni, però, spingono i corsi, in quanto la minore offerta, a parità di domanda, aumenta il prezzo dei titoli.        

Azionisti contenti con riacquisto azioni proprie

Dunque, gli azionisti ottengono valore dal “buyback” per il solo fatto di assistere a un incremento dei corsi azionari, che potrà essere monetizzato con la vendita dei titoli in loro possesso o anche solo per effetto della loro correzione al rialzo dei prezzi delle azioni in portafoglio ai fini contabili, nel caso in cui il socio fosse una società o un fondo. Ma c’è anche un’altra via, per la quale gli azionisti ottengono un beneficio dal riacquisto. Diminuendo il numero delle azioni in circolazione, i dividendi saranno distribuiti su una quantità minore di titoli, per cui il dividendo per azione salirà. Anche per questo aspetto, il prezzo tenderà a crescere.

Le altre ragioni del buyback

Il “buyback” migliora anche i ratios finanziari. Si pensi al price/earning, ossia al rapporto tra il valore delle azioni complessivamente emesse e gli utili. Riducendosi il primo, in conseguenza della riduzione del numero delle azioni e ipotizzando un prezzo costante, si ottiene un calo del rapporto, che spinge a sua volta il mercato ad acquistare i titoli, in quanto relativamente sottovalutati. Vi sono anche altre ragioni per effettuare un’operazione di riacquisto delle azioni proprie. In primis, la necessità di reperire titoli da offrire ai dipendenti e ai manager per incentivare la loro produttività e il raggiungimento dei risultati aziendali, ovvero con piani di “stock options”. Secondariamente, potrebbe risultare una mossa conveniente per ridurre il numero del capitale libero sul mercato, in modo da contenere il rischio di scalate ostili da parte di investitori non graditi. Infine, in alcuni ordinamenti fiscali, le plusvalenze derivanti dalla compravendita di azioni potrebbero risultare oggetto di una tassazione più leggera di quella gravante sulle cedole, per cui alla società converrà impiegare la liquidità per fare salire i corsi delle azioni (con beneficio indiretto per gli azionisti), anziché per distribuire direttamente dividendi ai soci.      

I rischi

Detto ciò, quanto sta accadendo negli ultimi anni appare ormai un’anomalia. Nel 2014, Bloomberg calcolava in mille miliardi di dollari la liquidità impiegata dalle maggiori 500 società di Wall Street per il “buyback”, ovvero il 95% dei loro utili. Dagli inizi del 2009 ad oggi, le risorse investite per il riacquisto di azioni sono aumentate di oltre il 300%. Perché il fenomeno, quando è così dilagante, è negativo? Perché da un lato riflette una mancanza palese di alternative avvertita dalle società con riferimento alla ricerca di investimenti. Dall’altro, rappresenta una via comoda per accontentare il mercato, ma senza puntare né sull’efficienza produttiva, né su nuove idee. Inoltre, il rischio evidente è che i corsi siano “drogati” da espedienti tecnici, che hanno un impatto potenzialmente devastante nel medio-lungo termine.

La timida inversione di tendenza

Alla lunga, proprio perché rendono più difficili le scalate, che disciplinano il mercato, un uso in larga scala potrebbe portare a una minore efficienza gestionale delle società quotate, le quali anziché cercare di aumentare il valore aziendale con azioni rivolte al contenimento dei costi e alla massimizzazione degli utili, puntano a chiudersi e finanche a coprire la propria inettitudine.

Vero è, d’altra parte, che senza il “buyback” vi sarebbero maggiori risorse da destinare alla distribuzione degli utili, per cui i corsi salirebbero ugualmente, almeno fino a un certo punto, ma l’intervento diretto delle società per ridurre il valore complessivo di capitalizzazione in borsa è in sé preoccupante, specie se esso avviene con operazioni a debito, che esporrebbero la società al rischio di oneri non del tutto previsti nell’attuale fase di rialzo dei tassi americani. Per fortuna, negli ultimi mesi le cose stanno cambiando. Una timida inversione di tendenza è già in atto, come ci dimostra proprio l’indice S&P 500 Buyback sopra presentato. Su base annua, esso è in calo del 12,4% e del 2,5% dall’inizio del 2016, ovvero più di quanto non abbia ceduto l’S&P 500 nei 12 mesi, anche se un po’ meno dall’1 gennaio (-3%).        

Festa davvero finita?

In Italia, il codice civile limita la portata di tali operazioni al 20% del totale delle azioni circolanti sul mercato. Il fenomeno non è da noi così diffuso come negli USA. Ma un po’ ovunque, si registra una tendenza a farsi prendere la mano, specie in era di tassi zero. Le società non intravedono possibilità di rendimenti accettabili con investimenti alternativi e approfittano anche dei costi quasi nulli sul mercato per prendere a prestito liquidità, qualora non ne disponessero a sufficienza, da utilizzare per il “buyback”. Ora, la festa sembra finita, dato che la Federal Reserve ha iniziato ad alzare i tassi USA, rendendo meno convenienti simili attività. Ma non facciamoci illusioni: fino a quando non si avrà una ripresa solida dei consumi globali e gli investimenti non ripartiranno davvero, questi giochetti da finanza consumata non verranno meno.

     

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