Buyback azionario: 2018 da record, ecco quando le imprese riacquistano i propri titoli in borsa

Buyback azionario, il 2018 verso livelli record a Wall Street. Ecco quando e perché le società americane comprano i loro stessi titoli.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Buyback azionario, il 2018 verso livelli record a Wall Street. Ecco quando e perché le società americane comprano i loro stessi titoli.

Se vi interessate di borsa, anche solo da lettori, avrete certamente sentito parlare di “buyback” azionario, ossia del riacquisto delle azioni in borsa da parte delle società quotate. Si tratta di un fenomeno tutt’altro che secondario, il cui impatto sul trading risulta abbastanza incisivo. Secondo DataTrek, negli ultimi 12 mesi le società quotate nell’indice S&P 500 a Wall Street hanno riacquistato titoli propri per un controvalore complessivo di 646 miliardi di dollari, il 29% in più su base annua. E altri 350 miliardi sarebbero stati stanziati per il resto dell’anno, per cui il 2018 si chiuderebbe con un bilancio record per il buyback a stelle e strisce nell’ordine di oltre 1.000 miliardi. A cosa serve riacquistare azioni sul mercato? Certamente, a sostenerne i corsi e a ridurre le mire della concorrenza, visto che l’operazione si traduce in una massa minore di azioni circolanti e disponibili per essere acquistate da terzi.

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Il buyback è oggetto di numerose critiche. Le principali riguardano il fatto che drogherebbero il mercato, alzando artificiosamente le quotazioni azionarie, sottraendo risorse che potrebbero essere destinate a progetti più benefici per l’impresa nel medio-lungo termine, come gli investimenti. Il taglio delle tasse voluto dall’amministrazione Trump a partire da quest’anno sembra, come da previsioni, essere servito proprio a sostenere il riacquisto delle azioni proprie, mentre nel terzo trimestre gli investimenti delle società sono risultati stabili su base annua. Ma ora che gli effetti di tale riforma fiscale da 1.500 miliardi di dollari all’anno stanno esaurendosi, gli analisti si chiedono cosa ne sarà del buyback.

Per rispondere a questa domanda, dobbiamo capire quando le società americane spendono di più per impossessarsi delle loro stesse azioni. La risposta più ovvia che verrebbe da dare sarebbe che lo facciano quando i prezzi dei titoli sono bassi. Invece, l’evidenza empirica dimostra l’esatto contrario, ossia che le società acquistano di più quando i corsi azionari salgono e sono persino alti, tant’è che quest’anno, come dicevamo, dovrebbero chiudere con un investimento complessivo da record, nonostante i massimi storici raggiunti dagli indici a New York. Nel quarto trimestre del 2007, prima della crisi, il buyback ammontò a 589 miliardi, mentre alla fine del 2009, toccava un minimo di 138 miliardi, nonostante nel biennio il Dow Jones fosse calato del 22%, dopo avere registrato un crollo prossimo al 50% fino al marzo del 2009, mese in cui iniziava il recupero.

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Come mai questa apparente contraddizione? In fondo, converrebbe comprare proprio quando il titolo vale meno, così da sottrarlo a possibili scalate ostili e spendendo di meno. Il punto è che compri con i dollari dei profitti operativi e le azioni crollano proprio quando questi diminuiscono. E quest’anno, i profitti operativi delle società dell’S&P 500 ammontano a 1.200 miliardi, per cui al buyback sarebbe stato destinato un budget pari al 55-60% delle risorse disponibili. Questo implica anche che nel caso di recessione, i profitti operativi diminuirebbero e così anche gli investimenti nel buyback. Vero, ma non aspettatevi un effetto amplificante dei crolli in borsa, bensì il contrario. Immaginiamo, ad esempio, che i profitti operativi di dimezzassero e che la quota destinata al buyback scendesse ai livelli del 2010, ossia intorno al 45%. Ci sarebbero 270 miliardi pronti ad essere impiegati e che sosterrebbero i corsi nel corso della caduta.

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Un altro aspetto non meno interessante riguarda la tempistica degli acquisti nel corso di ciascun trimestre. Non esistono regole scritte, ma le società adottano linee-guida, secondo le quali il buyback viene attenuato o sospeso due settimane prima del termine del trimestre e fino alla data di pubblicazione dei report sugli utili. Perché? Per evitare di finire nel mirino della SEC con le accuse di insider trading, visto che si tratterebbe di acquistare propri titoli nel corso della redazione dei bilanci trimestrali, ignoti alla generalità del mercato prima della loro presentazione ufficiale. In gergo, vengono definiti “periodi di blackout” e vengono seguiti da impennate nei volumi riacquistati, per cui dovremmo attenderci un novembre ricco in borsa, in concomitanza con le attese per il Black Friday. Oggigiorno, circa 300 delle società dell’S&P 500 hanno programmi di buyback, sebbene la stampa si concentri perlopiù sulle operazioni di colossi come Apple. In tutto, dal 2010 ad oggi, risultano essere stati riacquistati titoli del listino per 3.800 miliardi, contribuendo per oltre in quarto all’aumento delle quotazioni. Liquidità a cui le società hanno attinto anche grazie a tre cicli di “quantitative easing” per un valore complessivo pari sostanzialmente a quello cumulato dalle operazioni di buyback negli ultimi 8 anni. E non sarà un caso!

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Argomenti: bolla finanziaria