Buyback senza freni, così Wall Street reagisce alla fuga di capitali da super-dollaro

Buyback a tutto gas a Wall Street per contrastare la fuga di capitali esteri. E il super-dollaro non aiuta a intravedere buone prospettive nel breve.

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Buyback a tutto gas a Wall Street per contrastare la fuga di capitali esteri. E il super-dollaro non aiuta a intravedere buone prospettive nel breve.

Nel 2015, Wall Street ha registrato vendite di azioni da parte degli investitori stranieri per 171 miliardi di dollari, di cui 96 miliardi da parte della Cina. Si tratta di un’inversione di tendenza, rispetto agli anni precedenti. Nel decennio 2006-2015 si è registrato un afflusso pari a 1.225 miliardi. E il vero dato saliente sta nel fatto che le vendite degli investitori cinesi sono del tutto equivalenti ai 97 miliardi in azioni USA acquistate nel periodo 2008-2014. E la Cina non ha venduto solo azioni, bensì pure obbligazioni americane, sconfessando quanti potrebbero intravedere nella fuga da Wall Street la volontà di Pechino di puntare sull’obbligazionario. Al contrario, nel 2015 si è sbarazzata di 130 miliardi di debito a stelle e strisce.

Investitori stranieri fuggiti dagli USA nel 2015

Non è un mistero, che gli investitori stranieri tendano ad acquistare maggiormente azioni USA nelle fasi negative per il dollaro, quando i titoli sono più a buon mercato e le prospettive migliori per la previsioni di un cambio destinato a rafforzarsi. David Kostin, uno strategist di Goldman Sachs, ha snocciolato qualche dato: dal 1980 ad oggi, quando il dollaro tende a indebolirsi, l’afflusso di capitali esteri a Wall Street è pari a 37 miliardi all’anno, quando tende ad apprezzarsi, sale a 82 miliardi. Da questo punto di vista, le prospettive non appaiono molto positive per chi investe, dato che la stessa Goldman Sachs stima un apprezzamento medio ponderato del dollaro intorno all’8% entro i prossimi 12 mesi, mettendo a segno un +16% contro l’euro, un +20% contro lo yen e un +8% contro lo yuan.      

Buyback contro fuga capitali esteri

Stando alla storia degli ultimi 35 anni, quindi, la borsa americana dovrebbe registrare un afflusso scarso di capitali o finanche un deflusso netto.

Nel frattempo, le società USA non rimangono a guardare e hanno trovato altri mezzi per sostenere i loro corsi. Nel solo 2015, hanno proceduto al riacquisto delle loro azioni per un controvalore complessivo di 561 miliardi, secondo solo al picco del 2007, quando le operazioni di “buyback” ammontarono a oltre 700 miliardi. In ogni caso, si è trattato di un valore molto più alto dei 360 miliardi impiegati mediamente ogni anno nel quinquennio 2011-2015. E anche per quest’anno si dovrebbero toccare cifre rilevanti, anche se attese più basse di quelle del 2015. In tutto, il “buyback” dovrebbe ammontare a 450 miliardi a Wall Street., di cui il 10% farebbe capo alla sola Apple. Questi dati sono notevolmente più elevati dei deflussi accusati di capitali stranieri e ci consentono di capire meglio il perché l’azionariato americano abbia retto, nonostante ingenti vendite siano state disposte in Asia, Medio Oriente, Europa e, persino, dalla vicina Canada, dove lo scorso anno sono state dismesse azioni USA per 80 miliardi.

I rischi dal super-dollaro nel breve

Il buback non è, però, uno strumento utilizzabile all’infinito. Un rallentamento dell’economia americana e globale e un conseguente calo del fatturato delle società quotate ridurrebbero la liquidità loro disponibile, con la quale effettuare il riacquisto dei titoli emessi. Con l’apprezzamento atteso del dollaro, i capitali esteri arriverebbero col contagocce, specie dalle economie emergenti, le cui valute sono state travolte negli ultimi 18 mesi dal crollo dei prezzi delle materie prime. Dunque, il riacquisto delle azioni proprie rischia di non bastare o di allontanare ulteriormente la domanda, a seguito di corsi più costosi rispetto alle valutazioni del mercato, al netto delle considerazioni sull’effetto-cambio. Sarà anche per questo che la Federal Reserve è impegnata da mesi a contenere le aspettative rialziste sui tassi USA, nella speranza di ridurre l’apprezzamento atteso del dollaro e continuare a sostenere il mercato azionario americano, “drogato” dal 2008 da ingenti iniezioni di liquidità da parte dello stesso istituto.

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