Buoni spesa, aiuti alimentari umilianti e rischiano di non arrivare a chi ha bisogno

I buoni spesa del governo contro la crisi provocata dall'emergenza Coronavirus sono un aiuto erogato in maniera sbagliata e che rischia di vanificare gli sforzi per attutire lo stato di bisogno tra gli italiani.

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Sai a chi e cosa paghi quando fai la spesa?

Annunciando un nuovo Dpcm, il premier Giuseppe Conte ha comunicato lo scorso sabato sera l’erogazione di 400 milioni di euro in forma di buoni spesa al Fondo di solidarietà comunale, che si affiancheranno ai 4,3 miliardi di euro anticipati ai Comuni rispetto al mese di gennaio e vincolati agli aiuti alimentari. Questi ultimi, però, ad oggi non sono iniezioni di liquidità netta, in quanto rappresentano un semplice anticipo di un trasferimento di somme che sarebbe avvenuto, comunque, tra poco più di un mese. Semmai, serve capire con quale serenità i Comuni spenderanno questi soldi, consapevoli che a maggio si troveranno dinnanzi a una pari entità di risorse tagliate.

Buoni spesa già assegnati ai Comuni, come richiederli e dove spenderli

I buoni spesa serviranno ad attutire lo stato di bisogno che si sta generando e aggravando tra gli italiani, a causa dello stop alle attività produttive e commerciali imposto dal governo per combattere l’emergenza Coronavirus. L’estensione a tutti i lavoratori dipendenti della Cassa integrazione e il bonus di 600 euro alle partite IVA non bastano per coprire tutte le fasce della popolazione esposte alla crisi di liquidità, perché sono almeno 3,7 milioni i lavoratori in nero in Italia e tanti altri gli inoccupati, sprovvisti di qualsiasi forma di tutela, anche dello stesso reddito di cittadinanza.

L’intenzione del governo è stata senz’altro positiva, ma lo strumento individuato è opinabile. Anzitutto, il buono spesa comporta la necessità per una famiglia bisognosa di recarsi in Comune per richiedere il buono spesa. La pratica si rivela obiettivamente umiliante per quanti abbiano sempre lavorato e si trovino in una (si spera) temporanea condizione di difficoltà, peraltro della quale non sono responsabili.

Questo limiterà, specie nei centri abitati minori, dove ci si conosce più facilmente, il ricorso a tale forma di assistenza. L’effetto stigma di cui molti italiani vorranno evitare di rimanere marchiati li spingerà a non richiedere i buoni spesa. E ciò rischia di vanificare gli sforzi dello stato per contenere il disagio sociale in questa fase così difficile.

Buoni spesa, il problema dei criteri

Secondariamente, quali saranno i criteri per usufruirne? Molti Comuni stanno richiedendo tra i documenti necessari per presentare richiesta il famoso ISEE, l’indicatore dello stato economico delle famiglie, ponderato per il numero dei componenti. Il problema è che esso oggi non vale un fico secco per buona parte dei casi, nel senso che fotografa la condizione reddituale del 2018, essendo l’ultimo ISEE basato sulle dichiarazioni fiscali del 2019. Preistoria, anche perché nemmeno i redditi del 2019 sarebbero indicativi ormai dello stato economico di una famiglia. In poche settimane è cambiato il mondo. Milioni di persone hanno o perso il lavoro o dovuto ridurre l’orario o hanno visto finanche azzerato il fatturato per l’impossibilità di produrre o aprire la propria attività.

Un italiano che si presentasse al proprio Comune a chiedere gli aiuti alimentari, presentando un ISEE del tutto slegato dalla propria condizione reddituale attuale potrebbe vedersi respinta la richiesta. Dunque, superata la “vergogna”, arriverebbe la beffa. Molti nemmeno rischieranno di esporsi per nulla, rimanendo in uno stato di assoluto bisogno, specie se privi di sostegno all’interno delle proprie relazioni familiari. Finita l’emergenza, maggioranza e opposizioni dovranno necessariamente riunirsi attorno a un tavolo per rifondare il nostro welfare state, ad oggi solo sommatoria di interventi urgenti per rimediare all’assenza di meccanismi di protezione delle fasce più deboli, laddove la debolezza non va più ideologizzata tarandola sulle categorie lavorative e sociali, bensì ricondotta alla realtà in evoluzione di questi tempi, con canoni di valutazione oggettivi.

Infine, i 400 milioni netti erogati per il suddetto fondo non appaiono sufficienti a tamponare l’emergenza, se è vero che gli italiani in condizioni di povertà assoluta nel 2018, stando all’ISTAT, fossero già 5 milioni.

Questo dato, ahi noi, dovrà essere incrementato dei nuovi “poveri” emersi con questa crisi e che potenzialmente riguardano una fetta significativa sia dei 15 milioni di lavoratori dipendenti del settore privato, sia dei 5 milioni di lavoratori autonomi. Tra questi ultimi, ad esempio, si calcola che 1 milione siano a rischio di mancata riapertura dopo l’emergenza.

Buoni spesa, quanto spetterà a famiglia

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