Buoni pasto, commercianti arrabbiati minacciano la pausa pranzo dei lavoratori

Milioni di dipendenti a rischio pranzo con i buoni pasto. I commercianti sono sul piede di guerra contro la Pubblica Amministrazione e minacciano di non accettarli più in pagamento. Ecco le loro ragioni e come funziona il meccanismo.

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Milioni di dipendenti a rischio pranzo con i buoni pasto. I commercianti sono sul piede di guerra contro la Pubblica Amministrazione e minacciano di non accettarli più in pagamento. Ecco le loro ragioni e come funziona il meccanismo.

Nel 2019, sono stati emessi 500 milioni di buoni pasto per un giro d’affari complessivo di 3,2 miliardi di euro. 175 milioni sono stati acquistati dalla Pubblica Amministrazione, in favore di 1 milione di dipendenti pubblici. In tutto, ad essersene avvalsi sono stati ben 3 milioni di dipendenti subordinati, pubblici e privati, su un totale di 10 milioni di persone che quotidianamente pranzano fuori casa. Presso gli esercizi convenzionati, sono stati spesi ogni giorno 13 milioni di euro. Eppure, il sistema dei buoni pasto è al collasso e le sigle di rappresentanza dei commercianti denunciano una condizione insostenibile e attaccano lo stato per un livello di sopportazione ormai superato.

Fipe Confcommercio, ANCC Coop, ANCD Conad, Federdistribuzione, FIDA e Confesercenti per una volta tanto sono tutti d’accordo: così non si può andare avanti. Motivo? Su 10 euro di buono pasto, agli esercizi convenzionati ne entrano in tasca mediamente solo 7 euro, tra commissioni altissime da pagare alle società emittenti e altri oneri finanziari. E attaccano il sistema delle aste Consip, la centrale acquisti della P.A., che alla fine del 2018 ha esitato ribassi fino al 22% tra i 15 lotti in vendita, superiori al 15% dell’asta precedente.

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Come funziona esattamente il sistema dei buoni pasto? Trattasi di buoni cartacei o elettronici, che consentono al lavoratore dipendente di spendere la cifra nominale indicata (sempre per intero e mai frazionale) per pranzare durante la pausa di lavoro. Questi buoni vengono loro consegnati dall’impresa o ente pubblico per cui lavorano, i quali a loro volta li acquistano da società che li emettono e che hanno vinto allo scopo una gara d’appalto, tesa a contenere i costi a carico proprio degli acquirenti.

Queste società creano convenzioni con catene di supermercati, bar e altri esercizi commerciali, favorendo le vendite degli affiliati.

Aste Consip nel mirino dei commercianti

Tuttavia, quando un lavoratore consegna un buono pasto al commerciante per pagarsi il pranzo, questi non solo non lo riscuote subito, ma ottiene un pagamento inferiore rispetto a quello nominale, all’incirca del 20-30%, come denunciato dalle sigle sindacali. La differenza è intascata, infatti, dalle società che hanno emesso i buoni e che mandano avanti questo sistema. Esse ricevono in pagamento dalle imprese e gli enti pubblici l’intero importo e pagano ai commercianti una cifra inferiore. Senonché, ribassi nell’ordine del 20% diventano insostenibili per gli esercizi, i quali hanno promosso un’azione di responsabilità contro Consip per il caso Qui!Group.

Questa società che emetteva buoni pasto, alla fine del 2018 è andata in bancarotta, sommersa da 325 milioni di euro di debiti, di cui 200 milioni nei confronti proprio degli esercenti, che ancora aspettano di essere pagati. Non solo le aste esitano ribassi inaccettabili, ma Consip nemmeno si premurerebbe di garantire per la solidità finanziaria dei vincitori, i quali spesso la spuntano grazie ai prezzi infimi offerti, ma alla fine non forniscono né un servizio di qualità, né posseggono i requisiti idonei per andare avanti.

I buoni pasto sono defiscalizzati e scontano anche il mancato pagamento dei contributi fino a importi di 5,29 euro al giorno per tutti i giorni di lavoro, cifra elevata a 7 euro nel caso di buoni elettronici. Da qui, la convenienza dei dipendenti a utilizzarli anche quando effettivamente non pranzano fuori casa, sebbene la normativa vieti di spenderli fuori dalla pausa pranzo e nei giorni non lavorativi e per l’acquisto di prodotti non attinenti ad essa. Giusto che lo stato risparmi sui costi dei servizi offerti, puntando a strappare alle aste i più bassi prezzi possibili, purché ciò non vada a discapito dei pagamenti e della qualità stessa del servizio.

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