Brexit, un anno dopo: la lezione incompresa del referendum

A un anno esatto dal referendum sulla Brexit, nessuno sembra davvero averne imparato la lezione. Intanto, il negoziato per il divorzio tra Regno Unito e UE è solo agli inizi.

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A un anno esatto dal referendum sulla Brexit, nessuno sembra davvero averne imparato la lezione. Intanto, il negoziato per il divorzio tra Regno Unito e UE è solo agli inizi.

Un anno fa si celebrava il referendum sulla Brexit nel Regno Unito, dove i cittadini venivano invitati a scegliere se restare nella UE o andarsene. Contrariamente alle attese, il voto fu vinto dal fronte del “Leave”, quello favorevole al divorzio, portando il premier David Cameron alle immediate dimissioni e all’arrivo a Downing Street di Theresa May. Da allora, gli sfaceli finanziari temuti non si sono materializzati, a parte il crollo della sterlina, che da un cambio di 1,50 contro il dollaro è scesa ad oggi a 1,27%, perdendo circa il 15%.

Per il resto, il negoziato tra Londra e Bruxelles è solo appena iniziato, non senza qualche colpo di scena, come l’esito delle elezioni generali dell’8 giugno scorso, richieste dal premier May con un anticipo di ben tre anni rispetto alla scadenza naturale della legislatura, in scia a sondaggi a dir poco euforici per il suo Partito Conservatore, al fine di farsi consegnare un mandato forte dagli elettori sulla Brexit. Invece, il premier è riuscito a fare peggio di Cameron nel 2015, perdendo la maggioranza assoluta dei seggi. (Leggi anche: Elezioni UK, risultati shock: rischio caos Brexit)

Offerta May su residenti UE

Proprio il flop dei Tories ha cambiato le carte sul tavolo del negoziato con la UE, tanto che ieri la May si è recata a Bruxelles da una posizione di relativa debolezza, dopo avere avallato da mesi lo spettro di una “hard” Brexit, offrendo ai commissari che i cittadini UE residenti nel Regno Unito da almeno 5 anni non saranno costretti a lasciare il paese dopo l’uscita dalle istituzioni comunitarie, potendo beneficiare dell’assistenza sociale e sanitaria, al pari dei britannici. Tra i 5 anni di residenza minima richiesta dovrebbero essere compresi anche i prossimi 2, quelli necessari per stringere un accordo sulla Brexit.

In gioco ci sono i diritti di 3 milioni di europei, tra cui 831.000 polacchi, 382.000 irlandesi, 286.000 tedeschi, 220.000 rumeni e 162.000 italiani. Un punto di partenza soddisfacente per la cancelliera Angela Merkel, mentre il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, lo giudica “in sé insufficiente”. (Leggi anche: Brexit, inizia negoziato e già May è anatra zoppa)

UE non ha imparato la lezione

Un anno dal referendum, dicevamo, da uno shock che rischiò dal giorno dopo di dissolvere la UE, che soltanto pochi mesi dopo subiva la vittoria di Donald Trump alle elezioni USA, le cui posizioni sono notoriamente euro-scettiche.

Negli ultimi mesi, Bruxelles sembra avere acquisito maggiore fiducia in sé stessa, dopo che le formazioni euro-scettiche in Olanda e Francia sono uscite sconfitte dalle recenti elezioni politiche e presidenziali, mentre Londra si mostra più vulnerabile, avendo incassato il duro colpo di un “hung Parliament”, proprio quando i conservatori pensavano di stravincere sull’onda dello spirito nazionale anti-UE.

Evidentemente, nessuna delle due parti sembra avere compreso la portata di quant’è accaduto 365 giorni fa. La UE non ha segnalato alcun progresso nella direzione di avvicinare le sue istituzioni ai cittadini, anzi perseverando nell’incapacità di dare loro risposte su temi sensibili come l’emergenza immigrazione, la crisi economica e la sfida della globalizzazione. Bruxelles si è chiusa a riccio contro Londra e Washington dopo la Brexit e la vittoria di Trump, non cogliendone il significato e tacciando di “populismo” ogni posizione differente dalla propria ortodossia. (Leggi anche: Populisti imparino da Trump e Brexit)

La May è più debole oggi

D’altra parte, nemmeno il premier conservatore sembra essere stato in grado di capitalizzare dal risultato dello scorso anno, presentando un programma sull’economia, che non è parso né carne, né pesce, da un lato eliminando ogni impegno alla riduzione delle tasse, come sarebbe nello spirito della destra britannica, dall’altro annunciando oneri per i pensionati più benestanti, riuscendo in un colpo solo a scontentare sia l’elettorato Tory, sia quanti guardano ai conservatori con simpatia da anni, apprezzandone la capacità di rappresentanza degli interessi nazionali.

E dire che la May era entrata a Downing Street convinta di potere superare il thatcherismo e di diventare una sorta di figura politicamente trasversale, in grado di farsi interprete anche delle istanze dei ceti meno abbienti.

Per il resto, da 12 mesi dimostra di non essere in grado di accordare le diverse voci interne al partito e al governo su come procedere sulla Brexit, generando confusione in patria e all’estero, come sulla permanenza o meno del paese nel mercato unico. E così, un anno dopo il referendum, è come se questo fosse stato celebrato solo nelle ore scorse. Nessuno sembra averne captato la portata, né averne digerito il responso, nonostante almeno in questo la May sia sempre stata chiara: “Brexit is Brexit”. Insomma, indietro non si torna. (Leggi anche: Brexit “soft”, colloqui a rischio con UE)

 

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