Brexit, UE al bivio: come reagirà alla disgregazione? Due possibili scenari

Con la Brexit, la UE è a rischio disgregazione. Per evitare potrebbero essere allo studio due scenari alternativi. Vediamoli.

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Con la Brexit, la UE è a rischio disgregazione. Per evitare potrebbero essere allo studio due scenari alternativi. Vediamoli.

L’incontro di oggi a Berlino tra il premier italiano Matteo Renzi, il presidente francese François Hollande e la cancelliera tedesca Angela Merkel ha il sapore di una camera ardente per l’Europa. Il nostro presidente del consiglio ha ammesso che la Brexit rappresenta una sorta di macigno sul percorso della storia europea. Parole mai più vere, perché se è vero che la UE potrà benissimo andare avanti senza i britannici, è indubbio che il loro addio alle istituzioni comunitarie ne sancisce il fallimento.

Serve una reazione politica forte, anche perché il rischio di nuove richieste di referendum esiste già in altri otto paesi: Olanda, Francia, Italia, Portogallo, Austria, Finlandia, Ungheria e Slovacchia. E’ assai probabile che non se ne terrà nemmeno uno, ma di certo la crisi di consenso per Bruxelles in diversi stati si mostra abbastanza evidente. Cosa si potrà fare per evitare un’implosione?

Crisi UE, le ipotesi allo studio

E’ proprio quello di cui discuteranno i tre principali leader europei oggi nella capitale tedesca. Intendiamoci, per somministrare una cura a un paziente malato serve capire quale sia la malattia; e il problema numero uno è proprio la divergenza di opinioni tra i governi sulle cause di questa crisi senza precedenti.

L’Italia è tra quanti ritiene – anche per ragioni di bottega – che la crisi della UE coincide con una rivolta dei popoli alle politiche di austerità fiscale. Soluzione? Flessibilità, che tradotto per i comuni mortali significa continuare a spendere, investire, per tornare a crescere. Per un’economia come la nostra, il cui debito pubblico è già schizzato al 133% del pil e i cui rendimenti sono tenuti sotto controllo solo dal “quantitative easing” della BCE, l’idea di reagire alla crisi con più debito si mostra debole in partenza.

 

 

 

Più integrazione politica

Oltre tutto, la Germania ha buon gioco ad eccepire che la Brexit non sia stata frutto dell’austerità, dato che il Regno Unito non ha l’euro e che, quindi, non è stato sottoposto ai vincoli fiscali necessari per i membri dell’Eurozona.

E allora?

I tedeschi potrebbero mostrarsi intenzionati a compiere il passo di un’ulteriore integrazione politica, che in soldoni significa un ministro del Tesoro unico per l’Eurozona, politiche di bilancio ancora più in comune e nuove cessioni di sovranità dai governi nazionali alla Commissione europea. Sul punto, Roma pretenderebbe una mutualizzazione dei debiti sovrani, anche progressiva, cioè l’emissione dei debiti in comune (Eurobond), in modo da annullare la disparità dei rischi sovrani. La Germania non accetta nemmeno di discutere l’ipotesi, che si tradurrebbe per essa in un costo, dovendo pagare sui suoi Bund un rendimento medio maggiore di quello odierno.

Pesi e contrappesi

D’altra parte, quand’anche si arrivasse all’ipotesi degli Eurobond, la contropartita desiderata dai tedeschi sarebbe il pieno controllo dei conti pubblici nazionali da parte di un’autorità europea indipendente, preposta anche al monitoraggio dell’eventuale ministro unico del Tesoro.

Nell’immediato, per cercare di andare incontro alla crisi dei governi, Berlino potrebbe ipotizzare anche un rinvio del Fiscal Compact, che entrerebbe in vigore dall’anno prossimo e che imporrà agli stati di tagliare il rapporto debito/pil del 5% all’anno per la parte superiore al 60%. Ciò consentirebbe ai governi del Sud Europa, in particolare, di godere di maggiori margini fiscali per ottemperare alle richieste degli elettori, ma attenzione alla reazione dei mercati, che già sono entrati nuovamente in subbuglio, colpendo specialmente i paesi ritenuti più fragili. Per cercare di frenare queste tendenze, la Germania potrebbe essere costretta ad accettare anche la garanzia unica sui depositi bancari e la sospensione temporanea dell’applicazione del “bail-in”, ma pretendendo in cambio una rescissione progressiva del legame tra banche e titoli di stato.

 

 

 

Rischi da secondo scenario

Dunque, maggiore integrazione implica nuove cessioni di sovranità e il raggiungimento nel medio-lungo periodo di un equilibrio, sintesi di due interessi contrapposti: mutualizzazione dei debiti e monitoraggio pieno dei conti pubblici nazionali da parte della Commissione, mentre le banche continuerebbero a godere di un ulteriore periodo di garanzie pubbliche e di un’unica tutela per i risparmiatori, ma sarebbero indotte nel tempo a dismettere bond.

Lo scenario alternativo consiste nella presa d’atto che i popoli boccerebbero l’eccessiva cessione di sovranità a organismi indipendenti e slegati dagli umori elettorali. Pertanto, il progetto europeo resterebbe, ma sarebbe riformattato, insieme a quello della moneta unica. I governi nazionali rientrerebbero parzialmente in possesso di maggiori poteri in ambito fiscale e godrebbero di maggiori potestà anche sul piano delle politiche commerciali, ma per l’Eurozona si arriverebbe nella sostanza a fissare un criterio alquanto rischioso e al contempo stravolgente: l’euro non è irreversibile, ma un meccanismo di fissazione dei rapporti di cambio multilaterali tra i paesi aderenti all’area, ciascuno dei quali potrà anche decidere di uscire, qualora non sia più in grado di rispettarne le regole, eventualmente sottoposto a un qualche apparato sanzionatorio per evitare situazioni di “azzardo morale”.

Niente più “gabbia”

Dunque, nel secondo scenario, l’Europa chiarirebbe ai suoi stessi membri di non essere una gabbia per nessuno, ma pretendendo leale collaborazione e prevedendo una maggiore flessibilità in favore dei governi, in modo da evitare successive tensioni in stile Grexit e Brexit.

Quale scenario prevarrà? Il primo sarebbe il più consono al percorso già intrapreso da anni dalla UE, ma richiede a ogni governo il compimento di quel passo in avanti, che comporta per ciascuno immediati svantaggi e rischi di impopolarità, tali da renderlo ambizioso e al contempo non molto probabile.

 

 

Terzo scenario: avanti come prima

Il secondo sarebbe il più rischioso, perché i mercati potrebbero intenderlo come una sorta di “rompete le righe”, specie con riferimento all’euro, ma risponderebbe alle pressioni avvertite all’interno di ciascun paese da parte del crescente fronte euro-scettico. La Germania potrebbe vedervi il modo di conservare il progetto europeo, escludendo da esso gli stati più deboli e recalcitranti. Insomma, di meno, ma più coesi.

Alla fine, il più grande rischio è che non si scelga per l’ennesima volta alcuna soluzione.

E’ lo scenario più probabile, quello del “calcio al barattolo”, nella speranza che un evento messianico salvi la UE dalla sua crisi irreversibile. Sembra il più illogico, ma è la storia europea dell’ultimo decennio.

 

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