Brexit, Theresa May senza futuro come premier con l’addio di Johnson dal governo

La premier britannica Theresa May ha i giorni contati alla guida del governo di Londra. Il suo piano sulla Brexit risulta pallido e a sfidarla c'è adesso apertamente il popolare Boris Johnson.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La premier britannica Theresa May ha i giorni contati alla guida del governo di Londra. Il suo piano sulla Brexit risulta pallido e a sfidarla c'è adesso apertamente il popolare Boris Johnson.

“It’s been a bad day” recita una canzone dei R.E.M. di inizio Millennio. E ieri è stato un brutto giorno per Theresa May, che si è vista franare la terra da sotto i piedi, quando il suo ministro per la Brexit, David Davis, ha rassegnato le dimissioni in protesta contro il suo piano per transitare il Regno Unito fuori dalla UE e giudicato troppo morbido dai Brexiters più duri. Nemmeno 24 ore dopo, le dimissioni politicamente più rischiose per Downing Street, quelle del ministro degli Esteri, Boris Johnson, già sindaco di Londra e forse il politico conservatore più popolare nel paese. In una lettera indirizzata alla premier e divulgata ancor prima che questa rendesse note le dimissioni, Johnson ha lamentato un atteggiamento remissivo da parte del governo a cui faceva parte fino a quell’istante, che di fatto rischierebbero di trasformare il Regno Unito “in una colonia” europea.

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Uno dei punti più contestati da parte di entrambi i dimissionari riguarda la tattica negoziale della May, che avrebbe escluso l’ipotesi di un mancato accordo con Bruxelles. Essi sostengono, invece, che “un non accordo sarebbe migliore di uno cattivo” e Johnson, in particolare, nella missiva di ieri sera ha scritto che presentarsi al tavolo delle trattative senza un piano B sarebbe come “inviare l’avanguardia in battaglia, sventolando bandiera bianca”. In pratica, i sostenitori della “hard Brexit” rimproverano alla premier di essere troppo accondiscendente con le istituzioni comunitarie, sostanzialmente tradendo le ragioni del referendum di due anni fa. L’ex ministro degli Esteri spiega, infatti, che la campagna pro-Brexit è stata ingaggiata sulla base della convinzione che avrebbe portato benefici ai cittadini britannici, mentre adesso il governo spiega loro che meglio sarebbe restare quanto più integrati possibile con la UE, con la conseguenza, continua, che ci troveremmo a dovere rispettare regole europee e sulle quali non avremmo più nemmeno alcun potere di influenza.

Le carte di Johnson

E ora? La May ha sostituito immediatamente i due ribelli e ha cercato di rafforzare la propria immagine, avvertendo il Parlamento che dovrebbe prendere in considerazione diversi esiti nella trattativa fino al marzo prossimo con la UE, compreso quello di un non accordo. Tuttavia, i sondaggi le sono nefasti. Se si votasse oggi, i Labour di Jeremy Corbyn vincerebbero le elezioni con il 40%, i Tories si fermerebbero al 38%. Ecco, quindi, che il destino della premier appare segnato, sebbene non vi sia certezza sui tempi. Prima delle dimissioni, si scommetteva sulla sua permanenza in carica almeno fino alla fine delle trattative con la UE, ovvero con la ufficializzazione della Brexit. Adesso, il cambio della guardia potrebbe arrivare in anticipo. Tutto dipenderà proprio da Johnson.

La May risulta impopolare tra gli stessi Tories, tanto da avere perso la maggioranza parlamentare 13 mesi fa, nonostante proprio il suo partito fosse considerato in nettissimo vantaggio sui laburisti. Priva di empatia e con posizioni ambigue sulla Brexit, la sua presa sui conservatori è minima. Tuttavia, Johnson non disporrebbe di una maggioranza di “falchi” euro-scettici in seno al partito, ragione per cui non ambirebbe a soffiare alla May la premiership senza passare da nuove elezioni. Vorrebbe l’investitura popolare, cosa che cercherebbe nel caso ritenesse di avere probabilità serie di vincere le elezioni. E da questo punto di vista, un aiuto potrebbe arrivargli niente di meno che da un “nemico” dei Tories, quel Nigel Farage dell’Ukip, l’esponente più euro-scettico del panorama britannico, oggi ferreo sostenitore del governo italiano.

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Asse euro-scettico benedetto da Trump?

Ieri, commentando le dimissioni di Johnson, ha twittato “Bravo @BorisJohnson. Ora possiamo con piacere liberarci della terribile @theresa_may e rimettere la Brexit in marcia”. Parole, che potrebbero celare un asso nella manica dell’ex sindaco di Londra, ovvero un’intesa con l’Ukip per sbaragliare gli avversari nei collegi, specie in Inghilterra. Farage non è più formalmente il leader della formazione indipendentista, ma di fatto resta l’unico a mantenerne la presa sugli umori della base. E dalla sua ha il sostegno piuttosto esplicito della Casa Bianca, tanto che nel novembre di due anni fa si precipitò a New York subito dopo le elezioni presidenziali a incontrare Donald Trump. Johnson non gode di un rapporto stretto con il presidente americano, anzi ci litigò pubblicamente nel 2016 e ancora lo scorso anno, quando difese la città di Londra, di cui l’allora candidato repubblicano aveva parlato male in campagna elettorale, sostenendo che alcuni suoi quartieri sarebbero insicuri e in balia dei criminali.

Ragioni di realismo politico spingeranno forse Johnson a mettersi alle spalle le incomprensioni personali e proprio in questi giorni Trump sarà in visita ufficiale a Londra. Quale migliore occasione per incontrare più o meno pubblicamente l’uomo più potente della Terra, cercando sostegno alla sua strategia per mandare a casa la May e indire nuove elezioni? Cosa potrebbe dargli Trump? Un’offerta imperdibile: la promessa di un accordo di libero scambio tra USA e Regno Unito, in grado da rafforzare il governo britannico nelle trattative con Bruxelles. Sarebbe un bell’assist in campagna elettorale per Johnson, che potrebbe guidare i Tories con la prospettiva di avere in tasca la migliore prospettiva possibile per i sudditi di Sua Maestà. Di una May debole a Downing Street e remissiva verso la UE, Trump non se ne fa nulla.

E allora, bisogna azzeccare i tempi. L’estate davanti consentirà a Johnson di studiare bene la strategia e di verificare se già in autunno vi siano le condizioni per tornare al voto senza il rischio di una disfatta. Per questo, cavalcherà quasi certamente una campagna anti-May all’insegna dell’orgoglio patriottico contro la debolezza negoziale della premier. Del resto, non è che l’elettorato si stia spostando a sinistra, semplicemente non segue questo governo dalle posizioni pallide su tutti i temi clou. E’ una crisi di leadership quella in corso a Londra, dalla quale sinora Bruxelles ha spuntato condizioni a sé favorevoli sui confini irlandesi e sulla permanenza del Regno Unito nel mercato unico. Con Johnson premier, magari già prima di marzo, lo scenario ne risulterebbe stravolto, il peggio temuto dai governi europei, Germania e Francia in testa. L’asse Londra-Washington, sostenuto magari dall’interno della UE dal Gruppo di Visegrad, nonché da Vienna e Roma, indebolirebbe alquanto quello franco-tedesco alla vigilia delle elezioni europee, alle quali l’establishment tradizionale rischia di essere battuto dalla nuova geografia politica che avanza.

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Argomenti: Brexit