Brexit, rischio vero è il taglio dei tassi UK: economia britannica va bene

Il taglio dei tassi nel Regno Unito non sembra una buona idea. La Brexit non ha danneggiato l'economia britannica al punto da richiedere un intervento della Bank of England.

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Il taglio dei tassi nel Regno Unito non sembra una buona idea. La Brexit non ha danneggiato l'economia britannica al punto da richiedere un intervento della Bank of England.

La Bank of England potrebbe tagliare questo mese i tassi dall’attuale minimo storico dello 0,50%, in modo da reagire alla Brexit, impedendo che l’economia britannica scivoli nella recessione. Eppure, la misura potrebbe rivelarsi tutt’altro che giustificata e le sue conseguenze potrebbero essere abbastanza rischiose per il Regno Unito, che nel secondo trimestre di quest’anno è cresciuto del 2,2%.

Il NIESR (“National Institute of Economic and Social Research”) stima per quest’anno una crescita economica per il paese dell’1,7%, in rallentamento all’1% nel 2017.

Nel terzo trimestre di quest’anno, poi, il pil potrebbe diminuire dello 0,2%, ma non sarebbe recessione.

Taglio tassi UK inappropriato

Il tasso di disoccupazione nel trimestre marzo-maggio è sceso al 4,9%, il livello più basso dal luglio del 2005. In altre parole, la crescita britannica sarebbe in rallentamento, ma schiverebbe la recessione, mentre il mercato del lavoro si mostra in ottima salute. Date le condizioni, ha senso che il governatore Mark Carney annunci un taglio dei tassi?

Vero è che le previsioni del NIESR si basano su un taglio dei tassi UK allo 0,25% ad agosto e allo 0,10% a novembre, in grado di aumentare il pil dell’1,5% in due anni, unitamente a un nuovo round di “quantitative easing” da 200 miliardi di sterline, ma lo stesso istituto stima l’inflazione per la fine dell’anno prossimo al 3%, ovvero nettamente al di sopra del target. L’indice “core” dei prezzi nel paese a giugno risultava in crescita dell’1,4% su base annua.

 

 

 

Rischio recessione esiste, ma quanto è probabile?

Tasso di disoccupazione compatibile con un mercato del lavoro in piena occupazione e crescita attesa dei prezzi al di sopra del target suggerirebbero una politica monetaria non espansiva, ma quanto meno invariata nel breve termine, che lasci il posto a una stretta nei prossimi mesi.

Il Fondo Monetario Internazionale non ha escluso la recessione per Londra, ma parliamo di uno di quegli organismi internazionali, che avevano previsto prima del referendum sulla Brexit una catastrofe sui mercati finanziari ai danni del Regno Unito nel caso di vittoria dei “Leave”, cosa che non è accaduta, almeno non per i britannici.

Mantenere mercato comune

L’uscita dalla UE avrebbe certamente contraccolpi negativi, ma questi potrebbero essere neutralizzati in due mosse: mantenendo l’accesso al mercato comune, ispirandosi al modello norvegese; rafforzando i legami commerciali con grandi economie non europee.

Il primo punto potrebbe essere centrato con un negoziato corretto da entrambe le parti. Londra accetterebbe di aprire ai lavoratori UE, mentre Bruxelles continuerebbe a garantire alle imprese britanniche le esportazioni nei paesi del mercato comune, così come quelle con sede in questi ultimi potrebbero continuare a vendere nel Regno Unito.

 

 

 

 

Serve negoziato corretto

Aldilà dei tatticismi e dei risentimenti tra stati, non conviene a nessuna delle due parti farsi del male, perché Germania, Francia, Italia, Spagna e Olanda, solo per citare le prime cinque economie della UE-27, esportano a Londra merci e servizi per 100 miliardi di euro in più di quanto non importino da essa.

Ricordiamoci che il Regno Unito ha una storia coloniale alle spalle e tramite il Commonwealth mantiene da decenni stretti rapporti politici ed economici con paesi come Australia, Canada, India e Sudafrica. Potrebbe spingersi fino a ipotizzare una maggiore integrazione con queste economie, al fine di rimediare al colpo eventualmente subito dal mancato accesso integrale al mercato comunitario.

Sterlina debole aiuta export UK

In generale, il deprezzamento della sterlina fungerà da tonificante per le esportazioni britanniche, avendo il cambio ceduto ad oggi l’11% contro il dollaro. Attenzione, però, perché una sterlina più debole implica anche un maggiore costo dei beni importati, ovvero tendenziale accelerazione dell’inflazione.

Quand’anche qualche colpo sarà incassato, non pare che vi sarebbero le condizioni per tagliare i tassi adesso nel Regno Unito. Carney rischia di surriscaldare eccessivamente i prezzi e di essere costretto nei prossimi mesi a una virata in senso restrittivo della sua politica monetaria.

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