Brexit: sterlina in rimonta, ma ecco perché i mercati stanno toppando

La sterlina è in rimonta contro il dollaro sullo scenario di una Brexit più morbida di quanto temuto nelle ultime settimane. Ma non facciamoci illusioni, perché le cose potrebbero andare esattamente nella direzione opposta.

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La sterlina è in rimonta contro il dollaro sullo scenario di una Brexit più morbida di quanto temuto nelle ultime settimane. Ma non facciamoci illusioni, perché le cose potrebbero andare esattamente nella direzione opposta.

Il cambio tra sterlina e dollaro si  è portato in prossimità di 1,25, dopo esservi rimasto al di sotto per quasi un mese. La notizia che ha rafforzato la divisa di Sua Maestà è stata la sentenza dell’Alta Corte di Londra, che ha intimato al governo May di chiedere la relativa autorizzazione del Parlamento, prima di attivare la clausola contenuta nell’art.50 del Trattato di Lisbona per dare vita alle trattative sull’uscita del Regno Unito dalla UE, a seguito del risultato del referendum sulla Brexit del 23 giugno scorso.

I mercati hanno reagito piuttosto bene alla sentenza, perché scommettono non tanto sul fatto che la Brexit possa essere realmente evitata, bensì che essa sarà più “soft” dello scenario ultimamente emerso, dopo che il premier Theresa May si è mostrata disposta anche ad uscire dal mercato comune europeo, pur di non sottoporsi alle condizioni poste da Bruxelles per rimanervi, ovvero frontiere libere per gli immigrati UE. (Leggi anche: Hard Brexit, tasse zero sulle imprese e niente dazi)

I mercati sperano in una Brexit “soft”

La sterlina ha perso fino al 10% con la svolta “hard” di Londra, temendo che l’economia britannica verrà colpita sia dalla perdita del passaporto per le sue istituzioni finanziarie, sia dell’accesso per le sue imprese a un mercato da 500 milioni di consumatori. Il ragionamento seguito sin da giovedì è che il Parlamento difficilmente avallerebbe una Brexit dalle condizioni eccessivamente penalizzanti per l’industria e la finanza britanniche, per cui il governo May sarebbe costretto a più miti consigli.

Eppure, quanto accaduto in questi giorni appare tutt’altro che rassicurante. Anzitutto, il governo ha annunciato ricorso contro la sentenza, anche se probabilmente sarà rigettato.

Tuttavia, qualora il premier fosse costretto a chiedere l’autorizzazione del Parlamento per iniziare le trattative sulla Brexit entro il marzo prossimo (scadenza promessa a fine settembre), i deputati della Camera dei Comuni e i Lords dell’altra Camera si troveranno a un bivio: confermare o meno la volontà popolare. (Leggi anche: Brexit, mercato comune e tasse)

 

 

 

Brexit ed elezioni anticipate

Nulla vieterebbe a un deputato di votare contro la Brexit, ma si tenga conto che l’addio alla UE è prevalso nel 70% dei seggi, molti dei quali di sinistra, per cui almeno i conservatori potrebbero trovarsi costretti, volenti o nolenti, a schierarsi in favore della decisione degli elettori, rischiando altrimenti di perdere il seggio alle prossime elezioni, accusati di “tradimento” del volere dei sudditi (ieri si è dimesso un deputato conservatore, Stephen Phillips, in polemica con il governo sulla Brexit, altri potrebbero seguire).

E se Westminster avallasse la Brexit, ma imponendo al governo condizioni più morbide per trattare con la UE? In teoria, Downing Street avrebbe un’opzione potente per mettere in riga la maggioranza: le elezioni anticipate. Vi immaginate cosa significherebbe per i mercati un ritorno dei britannici alle urne dopo nemmeno due anni dalle ultime politiche? Mesi di campagna dilaniante tra “hard” e “soft” Brexiteers, ma non fatevi illusioni. I sondaggi danno il Partito Conservatore in nettissimo vantaggio su quello laburista (43% contro 27%) e proprio per avere tenuto il punto sull’uscita dalla UE. Gli euro-fili liberal-democratici sono dati ad appena l’8%, questo tanto per farvi capire quanto popolare sia la UE nel Regno Unito. (Leggi anche: Brexit, May chiede un buon accordo economico)

Il rischio di questo scossone dell’Alta Corte è che la May, che caratterialmente si starebbe rivelando non troppo più docile di Margaret Thatcher, unica donna della storia UK a precederla nella carica di premier, chieda alla Regina di sciogliere il Parlamento e si giochi le sue carte per trattare con Bruxelles da una posizione di forza, con ottime probabilità di farsi consegnare dagli elettori il mandato per un negoziato anche duro con i commissari di Jean-Claude Juncker.

A quel punto, la hard Brexit non sarà un’opzione, ma l’opzione in mano al governo britannico. Nel migliore dei casi, saranno passati mesi di scontro politico e di tensioni dentro e fuori il regno, con i mercati in balia di un crescendo emotivo e di toni, anche a Bruxelles, quando anche mezza Europa sarà in campagna elettorale.

 

 

 

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