Brexit, investire nella sterlina a medio termine potrebbe regalare soddisfazioni

Con la Brexit, la sterlina ha perso quasi il 17%, ma sarebbe destinata a rimbalzare dopo che avrà toccato livelli ancora più bassi di quelli odierni. Ecco le opportunità di un investimento a medio termine.

di , pubblicato il
Con la Brexit, la sterlina ha perso quasi il 17%, ma sarebbe destinata a rimbalzare dopo che avrà toccato livelli ancora più bassi di quelli odierni. Ecco le opportunità di un investimento a medio termine.

Da quando la maggioranza degli elettori britannici ha votato per uscire dalla UE, la sterlina ha perso contro il dollaro quasi il 17%, scendendo da un cambio di 1,50, vigente nel giorno del referendum sulla Brexit, a uno inferiore a 1,25 di queste ore. A metà gennaio, però, chiudeva poco sopra 1,20, senza voler citare il “flash crash” dell’ottobre scorso, quando la sterlina precipitò in pochi istanti fino a un minimo di 1,18. E secondo gli analisti di Bank of America, quando il governo di Theresa May attiverà formalmente l’articolo 50 del Trattato di Lisbona entro il prossimo mese, facendo scattare ufficialmente il negoziato sulla Brexit, il cambio potrebbe precipitare fino a un minimo di 1,15.

Fuggire dalla sterlina, quindi? No, perché gli stessi analisti ritengono che nel medio termine, la valuta britannica dovrebbe sfoggiare una performance a V, ovvero dopo avere toccato i minimi, dovrebbe risalire finanche ben al di sopra di 1,30. Non sarebbe questo il momento di entrare long sulla sterlina, ma bisognerà attendere, se le argomentazioni di cui sopra si riveleranno valide, i tempi più bui di marzo-aprile. (Leggi anche: Brexit, sterlina snobba sentenza Coret Suprema)

Sarà hard Brexit?

Chiaramente, la reazione del mercato valutario dipenderà molto dalle modalità con cui le trattative tra Londra e Bruxelles verranno portate avanti. Un negoziato duro (“hard Brexit”) non giocherebbe a favore della sterlina, lasciando presagire un divorzio del Regno Unito dalla UE a condizioni reciprocamente penalizzanti, ovvero con anche l’addio del primo al mercato comune. Viceversa, nel caso di negoziato più costruttivo, si avrebbe un possibile recupero del cambio più veloce e più evidente. (Leggi anche: Brexit, Londra fuori anche dal mercato comune)

C’è anche il fattore tassi UK da tenere in considerazione.

L’inflazione nel Regno Unito ha chiuso il 2016 all’1,6%, ma la Bank of England la stima già al 2,7% alla fine di quest’anno, oltre il target del 2%, conseguenza del maggiore costo dei beni importati.

Tassi UK dovranno salire per l’inflazione

L’economia britannica ha reagito molto bene ai primi mesi dall’esito shock del referendum, tanto che nell’ultimo trimestre del 2016 il suo pil è cresciuto su base annua del 2,2%, battendo tutte le altre principali economie avanzate, segnando un’espansione dello 0,6% sui tre mesi precedenti.

La Camera di Commercio Britannica non ha trovato eppure benefici evidenti dal deprezzamento del cambio. Un quarto delle imprese intervistate ha ammesso di avere registrato un aumento delle esportazioni, ma il 22% ha lamentato un calo (in valuta locale) dei profitti maturati all’estero. Per non parlare delle società importatrici, che giustamente subiscono un’impennata dei costi e sono costrette a scaricarla sui prezzi.

Prima o poi, anche la BoE dovrà alzare i tassi e molto probabilmente prima che lo faccia la BCE, se non vorrà destabilizzare i prezzi interni. Ciò dovrebbe sostenere la sterlina contro le altre principali valute, così come anche l’eventuale prosieguo della resilienza dell’economia britannica. Infine, la vicinanza dell’amministrazione Trump al governo May potrebbe offrire a Londra una via d’uscita molto più vantaggiosa sul piano delle relazioni commerciali, compensando almeno parzialmente i costi della Brexit. (Leggi anche: Brexit, rischio vero è taglio tassi UK)

 

 

Argomenti: ,