Brexit, sterlina debole farà bene o male all’economia UK?

La sterlina scivola ancora e dal giorno del referendum sulla Brexit perde il 17,5%. In gioco c'è il mercato comune, ma i due precedenti del Regno Unito fanno ben sperare.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La sterlina scivola ancora e dal giorno del referendum sulla Brexit perde il 17,5%. In gioco c'è il mercato comune, ma i due precedenti del Regno Unito fanno ben sperare.

Il cambio tra sterlina e dollaro resta ai minimi degli ultimi 31 anni, scendendo nella seduta di ieri sotto 1,24, nonostante la risalita dai minimi di 1,18 toccati nel corso della notte tra giovedì e venerdì scorso, durante il quale vi è stato un “flash crash”, un crollo di un paio di minuti, dovuto molto probabilmente a un errore umano nell’immissione di ordini da remoto. Contro l’euro, la valuta di Sua Maestà scambia 0,90. Manca poco più del 10% per arrivare alla parità con la moneta unica, un evento storico, se accadesse. E così, dal giorno del referendum sulla Brexit, segna -17,5%.

Ora, una sterlina così debole deve essere considerato un allarme per l’economia britannica, oppure contribuirà ad assorbire lo shock dell’uscita del Regno Unito dalla UE? (Leggi anche: Brexit, crollo sterlina solo per errore umano?)

Economia UK esposta a sterlina debole

Sinora, la notizia positiva è che i catastrofisti sembrano essere stati smentiti dai fatti. Quanti si attendevano un crollo dei prezzi degli assets finanziari e immobiliari, a seguito della vittoria dei “Leave”, ovvero dei favorevoli alla Brexit, hanno dovuto riconoscere che ciò non è accaduto e che, anzi, l’economia UK resti tra le migliori avanzate nel pianeta. L’appuntamento con la crisi viene rinviato così all’anno prossimo, quando il tasso di crescita dovrebbe restare positivo, ma dimezzarsi da quello attuale. Il rallentamento coinciderebbe, quindi, con l’avvio del negoziato sulla Brexit tra Londra e Bruxelles.

Il timore è che la cosiddetta “hard Brexit”, ossia un divorzio dalle condizioni disastrose con la UE, sia in grado persino di portare in recessione l’economia britannica e di rallentarne la crescita nel medio-lungo termine, come aveva avvertito prima del referendum il governo Cameron.

 

 

 

Rischio di più inflazione e meno crescita

Se davvero la sterlina fosse colpita dalle vendite per un periodo non breve, la prima conseguenza avvertita dai britannici sarebbe la risalita dell’inflazione. In sé, potrebbe non essere un mano per la Bank of England, alla ricerca del raggiungimento del target del 2% da tempo. Il problema sarebbe una crescita dei prezzi senza la crescita del pil. Lo scenario si tradurrebbe in una perdita secca per l’economia del regno.

Il cambio tra la sterlina e le valute pesanti, come dollaro ed euro, rifletterà l’atteggiamento con cui le parti del negoziato tratteranno le pratiche del divorzio. Ragioni elettorali e anche semplicemente tattiche ci spingono a ipotizzare toni esacerbati e incontri inconcludenti per diversi mesi dall’avvio del negoziato, successivamente dovrebbe prevalere la ragionevolezza su entrambi i fronti; ma quando si ha a che fare con la politica, nessuno può azzardare previsioni. (Leggi anche: Brexit: sterlina ai minimi dall’85, Merkel minaccia)

I due precedenti UK

Invece, guardando al passato, potremmo ricavarne una visione più ottimistica sul futuro dell’economia britannica. Londra non è la prima volta che fa saltare il banco di accordi internazionali. Anzi, la Brexit rappresenta il terzo episodio del genere in appena otto decenni e poco più. Nel 1931, decise di abbandonare il sistema monetario, noto come Gold Standard, mentre nel 1992, dopo un attacco speculativo contro la sterlina, uscì dal Sistema Monetario Europeo (SME), di fatto allontanandosi definitivamente dal progetto della moneta unica.

In entrambi i casi, gli analisti avevano profetizzato l’invasione delle cavallette sul suolo britannico, ma le piaghe d’Egitto non si sono intraviste Oltremanica. Sapete cosa accadde? Nel 1931 si ebbe una dura recessione (pil a -5%, ma siamo negli anni della Grande Depressione), mentre a partire dall’anno successivo si registrò una risalita piuttosto veloce, culminata in un +6,2% del 1934.

 

 

 

Tutto ruota attorno a mercato comune

Analogo il trend degli anni Novanta: economia quasi stagnante nella prima metà del 1992, ma già nel corso del secondo semestre è accelerazione e nel primo trimestre del 1994 si ha una crescita dell’1,4% rispetto ai tre mesi precedenti, uno dei tassi più elevati dal Secondo Dopoguerra e rimasto imbattuto da allora ad oggi.

Certo, la storia non è mai uguale a sé stessa e la Brexit è cosa ben più potente di un’uscita dallo SME. Il tema centrale dei prossimi anni sarà il mercato comune. Tutti vogliono salvarlo a parole, ma senza mettere in discussione la piena sovranità nazionale su quelli che ciascun governo ritiene essere aspetti dirimenti della politica interna. Possiamo confidare semmai sullo spirito di sopravvivenza, che contraddistingue l’homo politicus in ogni era e in ogni luogo. Nessuno credibilmente sarà disposto a distruggere decenni di sforzi investiti in un progetto politico a tratti apparentemente persino velleitario, solo per indispettire la controparte. Ma quando si tratta di UE, l’ottusità non è mai da escludere. (Leggi anche: Brexit, dichiarazioni May allontanano mercato comune)

 

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Argomenti: Brexit, Economia Europa, Economie Europa