Brexit senza accordo più vicino, ma la sterlina guadagna il 3% a gennaio. Ecco perché

La Brexit si fa sempre più "hard" e se a Londra regna il caos, a Bruxelles crescono i timori di contraccolpi economici da un'uscita disordinata del Regno Unito.

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La Brexit si fa sempre più

Il cambio tra sterlina è dollaro chiude a gennaio sopra 1,31, segnando un rialzo di poco meno del 3% rispetto alla fine di dicembre. Nel frattempo, la City ha guadagnato il 3,5%. Eppure, è stato un mese particolarmente turbolento per Londra, con la premier Theresa May ad avere subito in Parlamento la peggiore sconfitta da secoli sulla Brexit, il cui accordo trovato tra il suo governo e la Commissione europea è stato bocciato dai deputati con ben 230 voti di scarto.

Un’umiliazione, che non le ha impedito di rimettersi al lavoro per trovare una nuova intesa con Bruxelles. Tuttavia, martedì scorso è arrivata una nuova batosta per i fautori della “soft” Brexit, ovvero dell’uscita ordinata dalla UE del Regno Unito: è stato bocciato l’emendamento presentato dalla deputata laburista Yvette Cooper, con il quale si chiedeva di prorogare i termini del divorzio, fissati ad oggi al 29 marzo prossimo.

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Dunque, sarà Brexit ed entro i prossimi due mesi. Tuttavia, un altro emendamento ha rassicurato quanti temano una separazione dalla UE senza accordo: se non sarà stata trovata un’intesa sufficientemente decorosa per gli interessi britannici, il Parlamento potrà bocciare quanto la May sarà riuscita a ottenere entro il 13 febbraio. Infine, la spuntano anche i Tories più intransigenti, ottenendo che la premier contragga un nuovo accordo con Bruxelles, che elimini il “backstop” sull’Irlanda del Nord, la garanzia che scatterebbe nel caso in cui Londra non avesse raggiunto per il 29 marzo un’intesa con la UE.

Il backstop, preteso dai commissari su pressione di Dublino, prevede che l’Irlanda del Nord resti nel mercato comune “a tempo indeterminato e fino al raggiungimento di un accordo”, così da non dividere l’isola celtica sul piano delle relazioni commerciali e delle frontiere fisiche. Gli unionisti nord-irlandesi sono contrari, sostenendo che ciò li separerebbe giuridicamente dal resto del Regno Unito. La UE si mostra indisponibile a fissare un termine massimo di durata del backstop, come suggerito dal governo polacco, subito smentito da Bruxelles.

Mercati sereni, ma i rischi incombono

E allora, cosa succede? In teoria, le probabilità di un “no deal”, ossia di una “hard” Brexit, un’uscita disordinata dalla UE, stanno aumentando, per quanto limitate dalla clausola per cui il Parlamento avrebbe l’ultima parola e arriverebbe a negare la Brexit nel caso di assenza di un accordo con la UE. Il rafforzamento della sterlina appare paradossale, visto che a 57 giorni dalla data prevista per il divorzio, Londra e Bruxelles sembrano in alto mare sull’intesa da stringere per evitare l’innalzamento delle barriere tariffarie e non tra le parti. Non lo è, se leggiamo i fatti da un’ottica diversa. I mercati fanno il tifo per la celebrazione di un secondo referendum sulla Brexit, visto che i sondaggi segnalano che oggi come oggi vincerebbero i “Remain”. E allora, come mai con il crollo repentino di tali probabilità martedì sera, il cambio si è rafforzato? Perché se la May avesse subito la richiesta di una proroga dei termini per l’uscita dalla UE, probabilmente sarebbe stato troppo e si sarebbe dimessa. Il passo indietro avrebbe spalancato le porte ad elezioni anticipate e la vittoria dei laburisti sarebbe stata molto probabile, con essa anche quella di un secondo referendum.

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Ecco, i mercati tifano per un secondo referendum, ma non per un governo laburista guidato da Jeremy Corbyn, considerato ostile al business, alla finanza e nemmeno un genuino europeista, se è vero che continua a mostrarsi ambiguo sulla permanenza di Londra nella UE, riflettendo le posizioni differenti all’interno del Labour. Ma l’ottimismo in favore della sterlina proverrebbe anche dall’indebolimento della congiuntura economica in Europa, che aumenterebbe i rischi derivanti da un “no deal” per stati come Germania, Olanda, Francia e Italia, tra i principali partner commerciali del Regno Unito, inducendo i loro governi ad andare incontro alle richieste della May per evitare lo scenario di una Brexit senza regole.

Ora che la stessa Germania ha rivisto la sua crescita attesa per quest’anno ad appena l’1%, paventando la stagnazione, si auspica che la cancelliera Angela Merkel spinga per trovare un accordo onorevole con Downing Street, anche perché le imprese tedesche fatturano 30 miliardi netti nel Regno Unito, lo 0,9% del pil.

Azzardo per accordo in extremis

L’ostacolo ancora insormontabile riguarda le condizioni della permanenza di Londra nell’unione doganale. Il governo May non raccoglie l’invito di Corbyn in favore di un legame stabile con il mercato europeo anche dopo la Brexit, perché ritiene che così verrebbe meno la sovranità decisionale di Londra con riferimento alla firma di altri trattati commerciali. Dal canto suo, Bruxelles segnala disponibilità al confronto sul backstop in favore dell’Irlanda, a patto che la premier britannica compia passi in avanti proprio sull’unione doganale. Il modello prevederebbe, tuttavia, il mantenimento dell’integrità delle 4 libertà: di movimento delle merci, dei servizi, dei capitali e delle persone. Il governo di Londra è contrario all’ipotesi di non potere controllare le proprie frontiere nemmeno uscendo dalla UE, dovendo accettare il libero ingresso dei lavoratori comunitari.

Ad oggi, questo resta il punto di maggiore distanza tra le due parti. E quando mancano meno di due mesi alla Brexit, il rischio che tutto sfoci nel caos sale, anche se verosimilmente i commissari stanno giocando d’azzardo, scommettendo che la May sia costretta a cedere un attimo prima del 29 marzo, accettando l’uscita dalla UE secondo le loro regole. Per contro, la Germania più che mai sembra intenzionata ad evitare che si arrivi alla rottura e, svanito apparentemente lo scenario di elezioni anticipate, dal canto suo farà forse pressione sugli eurocrati per ottenere un accordo che politicamente salvi la faccia alle istituzioni comunitarie prima delle elezioni europee, senza che per questo si rischi un “no deal”. Ma il countdown è partito e più giorni passano, meno si capiscono le reali intenzioni delle parti. E ciò pesa drammaticamente sull’umore grigio-scuro delle imprese, in questa fase colpito dalle tensioni internazionali, oltre che dalla debole domanda interna di alcune economie come l’Italia.

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