Brexit, previsioni al rovescio: Londra avanza, l’Eurozona arretra e l’Italia è in crisi

La potente crisi che il Regno Unito avrebbe dovuto vivere con la Brexit non si vede. Eppure, tutti l'avevano profetizzata.

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La potente crisi che il Regno Unito avrebbe dovuto vivere con la Brexit non si vede. Eppure, tutti l'avevano profetizzata.

Sembrano scomparsi gli economisti catastrofisti, che prima del referendum del 23 giugno nel Regno Unito avevano previsto lo sfacelo dell’economia britannica nel caso di uscita dalla UE. Se l’impatto sui mercati finanziari è stato duro per alcune sedute, a partire da quella del venerdì nero del 24 giugno scorso, le cose sembrano essersi rimesse a posto nel giro di pochissime settimane, tanto che oggi gli indici azionari negli USA sono ai massimi di sempre, quelli dei mercati emergenti segnano il livello più alto da un anno a questa parte e le stesse borse europee si sono riprese. Quella di Londra segna un rialzo del 6,5% rispetto al giorno del referendum sulla Brexit, ai massimi da 14 mesi.

Nessuno si sarebbe aspettato, però, un rimbalzo così immediato e virulento dell’indice manifatturiero britannico, che dopo essere sceso ai minimi da 3 anni a luglio a 48,2 punti, ad agosto è balzato a 53,3 punti, registrando l’impennata più cospicua da quasi 25 anni, trainato dagli ordini, i quali si stanno giovando del tracollo della sterlina.

Boom manifattura UK

La valuta UK ha perso quasi il 12% contro il dollaro rispetto al 23 giugno scorso e ciò sta rilanciando la competitività dell’industria nazionale, turismo compreso, come dimostra il boom degli acquisti e delle prenotazioni a Londra da parte di stranieri in questa estate.

Accade, invece, che i segnali sono tutt’altro che incoraggianti per le principali economie europee e, in particolare, per l’Eurozona nel suo complesso. Se la Germania continua a crescere, segnando un calo della manifattura a 53,6 punti in agosto dai 53,8 di luglio, in Francia si registra il sesto dato mensile negativo consecutivo a 48,3 punti dai 48,6 di luglio. Precisiamo che tutti i dati sotto i 50 punti indicano una contrazione dell’attività.

Male anche in Italia, che il mese scorso è scesa a 49,8 punti dai 51,2 di luglio, segnalando una contrazione per la prima volta in 20 mesi.

 

 

Fiducia a Londra ricresce, in Europa scende

Cosa alquanto curiosa, poi, mentre i consumatori britannici mostrano di avere recuperato parte della fiducia persa a seguito della Brexit, in Italia questa scende tra famiglie e imprese. Se Londra ad agosto segna un aumento dell’indice di 3,2 punti a 109,8, dimezzando le perdite precedentemente accumulate con il voto per l’uscita dalla UE, nel nostro paese la fiducia dei consumatori passa da 111,2 a 109,2 e quella delle imprese scivola da 103 a 99,4.

E la crescita del pil nel secondo trimestre è stata dello 0,6% nel Regno Unito, doppia di quella dell’Eurozona, mentre in termini tendenziali si è attestata al 2,2% contro l’1,6%. In Italia, nello stesso periodo si è avuta una crescita nulla trimestrale e dello 0,7% annuo, anche se domani arriveranno le stime definitive.

Crescita UK prosegue, quella italiana ferma

Vero è che la Brexit avrà il suo impatto più che altro sul terzo trimestre, essendo stato celebrato il referendum solo alla fine del secondo, ma sembra che il clima di catastrofismo puro, che i grandi giornali, gli analisti più “in” e gli organismi internazionali (vedi l’FMI) avevano venduto a piene mani nel caso di vittoria dei “Leave” non solo non si sarebbe tradotto in realtà, ma i mercati appaiono del tutto tranquilli sul caso e qualche segno di nervosismo lo lanciano per altri temi, quale la crisi bancaria italiana.

Gli investitori confidano nel buon senso del governo di Londra, che sia capace di negoziare con la UE il mantenimento dell’accesso al mercato comune. In più, si mostrano sereni sulla capacità dei britannici di attirare investimenti stranieri con una sapiente politica fiscale e una regolamentazione leggera. Così come, infine, sembrano consapevoli che Downing Street saprà stringere accordi anche con altri partner mondiali, come gli USA, la Cina e le economie del Commonwealth, al fine di non privare le sue merci e i suoi servizi di utili mercati di sbocco.

 

 

 

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