Brexit, piano May bocciato per la terza volta: ecco i tre scenari possibili

L'accordo sulla Brexit è stato bocciato per la terza volta in 2 mesi e mezzo dal Parlamento di Westminster, nonostante la premier Theresa May abbia promesso di dimettersi. Ecco i tre scenari possibili per sbloccare l'impasse.

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L'accordo sulla Brexit è stato bocciato per la terza volta in 2 mesi e mezzo dal Parlamento di Westminster, nonostante la premier Theresa May abbia promesso di dimettersi. Ecco i tre scenari possibili per sbloccare l'impasse.

Con 344 voti contrari e 286 favorevoli, il piano di Theresa May sulla Brexit è stato bocciato per la terza volta in appena due mesi e mezzo, sancendone il definitivo affossamento. Non è bastato il sostegno dell’ultimo minuto arrivato dall’ala più dura dei Tories e finalizzato a rendere possibile l’uscita dalla UE entro poche settimane. Per quanto lo scarto sia stato stavolta di “soli” 58 voti, la bocciatura è arrivata, sempre per le divisioni nella maggioranza, con una parte dei conservatori ad osteggiare qualsiasi intesa al ribasso con Bruxelles e gli alleati del DUP, gli unionisti nordirlandesi, a non essersi smossi dalla loro opposizione al “backstop” contenuto nel piano e secondo il quale l’Irlanda del Nord rimarrebbe indefinitamente nel mercato comune, così da evitare il ripristino delle frontiere fisiche e commerciali con la Repubblica d’Irlanda, in assenza di un accordo tra Regno Unito e UE dopo la Brexit.

E adesso? Inutile ribadire che l’umiliazione politica e personale subita dalla premier non abbia eguali forse nella storia britannica. Ha dovuto supplicare i suoi stessi deputati di votare il piano e garantire loro che si sarebbe dimessa subito dopo, ma parte del suo partito non ha considerato le trattative concluse con Bruxelles all’altezza della situazione. Adesso, la sua già traballante leadership è tramontata senza possibilità più di recupero.

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I tre scenari possibili

A questo punto, tre sarebbero i principali scenari che dovremmo attenderci per le prossime settimane. Il primo sarebbe il più drammatico: il “no deal”. Il divorzio tra Regno Unito e UE sarebbe dovuto avvenire oggi, ma i commissari hanno concesso a Londra due settimane in più di tempo, subordinando il rinvio al 12 aprile all’approvazione dell’accordo da parte del Parlamento. Poiché ciò non è successo, il presidente Donald Tusk ha convocato una riunione d’urgenza del Consiglio europeo per il 10 aprile, quando si discuterà nei dettagli del piano di emergenza per prepararsi a una “hard Brexit”.

Va da sé, infatti, che di nuovi rinvii non ve ne saranno. Il “no deal” implica l’assenza di un’intesa per regolare gli scambi commerciali e finanziari tra le due parti, per cui tra un paio di settimane potremmo ritrovarci nell’impossibilità giuridica di commerciare con il Regno Unito o potremmo farlo pagando dazi sinora inesistenti, visto che il paese lascerebbe il mercato comune.

In alternativa, il governo May o chi dovesse eventualmente succedergli a breve, nel caso di dimissioni della premier, chiederebbe un rinvio ben più lungo alla Commissione, al fine di avere tutto il tempo necessario per trovare un’intesa in Parlamento. Potrebbero risultare necessari mesi o anni e questo scenario è il più temuto dai “Brexiteers” più veraci, i quali paventano il rischio che sia l’anticamera della soppressione di fatto della Brexit.

Infine, elezioni anticipate. Lunedì, la parola torna al Parlamento, che l’altro ieri con i cosiddetti “voti indicativi” ha segnalato di non avere alcun piano alternativo da proporre, a causa dell’assenza di una qualsiasi maggioranza chiara. Se emergesse anche stavolta l’impasse o se gli esiti delle votazioni dovessero essere considerati dal governo incompatibili con il mandato ricevuto due anni fa alle elezioni anticipate, la May si dimetterebbe, lasciando che siano i britannici a decidere una volta per tutte se e quale Brexit vogliano.

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La fine politica di Theresa May

Steve Baker, vice-capo dell’European Research Group, uno dei principali e duri esponenti pro-Brexit, ha invitato la premier a dimettersi. E questo sembra, in effetti, uno scenario probabilissimo e quasi una costante in tutte le previsioni possibili, perché appare evidente come la crisi della maggioranza sia sostanzialmente di leadership. Se la May facesse un passo indietro, al suo posto potrebbe arrivare proprio un esponente dell’ala più dura sulla Brexit, sebbene resti da vedere se sarebbe in grado di ricompattare i Tories attorno a una nuova proposta, anche perché dalla UE difficilmente arriveranno nuove concessioni per migliorare l’accordo secondo i desiderata di Londra.

In fondo, l’accordo non è stato approvato per il mancato appoggio di quanti continuano a sostenere che sia fallimentare e che ponga il Regno Unito in una condizione di debolezza nei confronti della UE dopo l’uscita. Per questo, a Downing Street entrerebbe un nuovo premier più filo-Brexit, che si porrebbe come obiettivo di mettere in salvo il divorzio con Bruxelles, anche al costo di farlo senza un accordo in tasca. Il problema è che l’ala centrista dei Tories reputa che ciò sarebbe un fatto negativo per l’economia britannica, per cui resterebbero le tensioni interne, tali da non assicurare alcuna maggioranza anche a chi dovesse succedere alla May.

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La flemma dei mercati

Suonano profetiche le parole pronunciate nei giorni scorsi da Boris Johnson, ex ministro degli Esteri e già sindaco di Londra fino al 2016, quando ha dichiarato che il “no deal” sarà nei fatti, se si arrivasse al termine ultimo senza un’intesa, che il Parlamento lo voglia o meno. E forse, ci stiamo avviando proprio in questa direzione. L’idea di un rinvio lungo della data del divorzio, infatti, farebbe semplicemente esplodere il Partito Conservatore, mentre le elezioni anticipate farebbero male a tutti nella maggioranza, con i sondaggi a segnalare un probabile testa a testa alle urne con i Labour.

I mercati continuano a non fibrillare, con l’Ftse 100 a guadagnare dopo l’esito della votazione circa lo 0,50% e la sterlina a cedere solo lo 0,2%, scendendo ai minimi da 5 settimane. Nervi saldi, insomma, come da migliore tradizione British. Eppure, davvero sembra che l’uscita dalla UE stia avvenendo in maniera disordinata, a meno che in quella riunione del 10 aprile a Bruxelles, i capi di stato e di governo degli altri 27 stati membri non si mettano d’accordo per concedere qualcosa sull’odiato “backstop”, da molti deputati percepito come un affronto all’integrità nazionale. Solo così, l’accordo verrebbe votato anche dall’ala più ostile, rendendo possibile una Brexit ordinata.

Nessuno ad oggi sembra disponibile a compiere ulteriori passi in avanti verso Londra, ma chissà che il timore di un colpo alle economie nazionali non spinga a un cambio di atteggiamento a un centimetro dal precipizio.

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