Brexit, paura ingiustificata? Il crollo temuto dei mercati non c’è stato

La Brexit non ha scatenato una fuga degli investitori dai mercati finanziari, anche se non bisogna abbassare la guardia.

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La Brexit non ha scatenato una fuga degli investitori dai mercati finanziari, anche se non bisogna abbassare la guardia.

Mentre entra nel vivo il dibattito sulla gestione della Brexit, con il neo-premier britannico Theresa May che si accinge ad incontrare la cancelliera Angela Merkel, ieri sono arrivate le prime stime sulla crescita mondiale del Fondo Monetario Internazionale (FMI) dal referendum del 23 giugno scorso nel Regno Unito, dalle quali emergerebbe un impatto negativo molto limitato sull’economia globale per il biennio 2016-2017, anche se sono state pressoché dimezzate le prospettive di crescita del periodo per il Regno Unito.

Nel frattempo, però, di sfaceli non se ne sono visti. Se nelle prime ore dopo il referendum, i mercati sono letteralmente crollati, da allora si è registrato un recupero quasi totale delle perdite accusate, tanto che la Borsa di Londra viaggia oltre del 7,5% superiore ai livelli del 23 giugno, ai massimi dall’agosto scorso.

Crollo mercati non c’è

Resta negativo, invece, il saldo delle borse europee, che dal referendum hanno ceduto mediamente il 2%, anche se non è evidente un legame diretto con la Brexit, perché avrà pesato molto di più il calo dei titoli bancari, che nello stesso arco di tempo hanno perso quasi il 14%, pur recuperando da un paio di settimane a questa parte. In ogni caso, dai minimi post-Brexit, le borse del Vecchio Continente hanno guadagnato già il 10%.

La stessa paura sui mercati finanziari sembra essere rientrata, almeno dai massimi di quasi un mese fa. Le quotazioni dell’oro sono in rialzo del 5,4% dal referendum, ma scendono dall’apice di 1.370 dollari toccati una decina di giorni fa, mentre i rendimenti decennali dei Bund, considerati titoli-rifugio, sono nel frattempo saliti di 12 punti base all’attuale -0,04%. Restano in calo di 18 bp all’1,56% i decennali dei Treasuries. La sterlina resta certamente debole, segnando un crollo del 12,7% contro il dollaro e dell’8,8% contro l’euro. Né è ipotizzabile una ripresa a breve della divisa britannica.

 

 

 

Clima normalizzatosi, ma rischi rimangono

Il quadro d’insieme non autorizza, come abbiamo visto, alcun allarme specifico sulla Brexit, dato che i mercati sono da tempo in fibrillazione anche per altre ragioni.

L’effetto di ciascuna non è facilmente derivabile, ma possiamo certamente affermare che la reazione degli investitori nell’arco di qualche settimana si è normalizzata.

Tanto rumore per nulla? In realtà, persistono rischi e timori tra chi investe. La maggiore paura risiede nelle trattative tra Londra e Bruxelles, che saranno avviate verosimilmente dopo l’estate per sancire le condizioni dell’uscita del Regno Unito dalla UE. Se queste si terranno in un clima di leale collaborazione, il peggio potrebbe essere evitato, specie se le imprese britanniche potranno continuare ad accedere al mercato comune. Dall’Europa sono arrivati sul punto segnali contrastanti, che fanno intravedere il rischio di shock negativi a più riprese nei prossimi mesi, man mano che il negoziato turbolento si mescolerà alle conseguenze di altri eventi politici non meno importanti per la sopravvivenza delle istituzioni comunitarie.

 

 

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