Brexit, paradosso apparente: Londra reagisce meglio del resto d’Europa

La Brexit ha prodotto sinora più tensioni finanziarie sui mercati UE che non a Londra. Perché il conto sembra che lo paghiamo noi e non i britannici?

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La Brexit ha prodotto sinora più tensioni finanziarie sui mercati UE che non a Londra. Perché il conto sembra che lo paghiamo noi e non i britannici?

L’uscita del Regno Unito dalla UE, voluta dal 52% degli elettori britannici lo scorso 23 giugno, ha provocato la più grave turbolenza finanziaria dai tempi di Lehman Brothers. A differenza del 2008, però, ci si attende uno shock a più riprese sui mercati, man mano che le trattative sulla Brexit procederanno.

Forse anche per evitare un’estate colma di incertezze e arrivare al mese di ottobre praticamente dilaniati da polemiche interne e da mutamenti continui di aspettative, il premier David Cameron ha deciso di passare oggi stesso il testimone al suo segretario di stato, la Signora Theresa May, che sarà in queste ore la seconda donna nella storia britannica ad entrare al numero 10 di Downing Street dopo Margaret Thatcher (1979-1990).

Rally sterlina con May premier

La May è una figura gradita ai mercati, come dimostra il rally di questi giorni della sterlina, che si è riportata nettamente sopra il cambio di 1,30 contro il dollaro, dopo essere scesa ai minimi degli ultimi 31 anni. Faceva parte del comitato per il “Remain”, anche se si è sposta poco. Ha annunciato che guiderà le trattative per la Brexit, rispettando il mandato popolare, per quanto gli investitori ritengano che si prenderà tutto il tempo necessario.

Ma May o meno, una cosa appare lampante sin dalle primissime ore del 24 giugno, quando era ormai assodata la vittoria dei “Leave”: i mercati hanno reagito peggio nel resto della UE che non a Londra. Se a qualcuno è potuto sembrare un effetto temporaneo, a distanza di tre settimane potrebbe ricredersi.

 

 

 

Tensioni finanziarie rientrate a Londra

Dal giorno del referendum ad oggi, la Borsa di Londra ha guadagnato quasi il 5,5%, mentre mediamente le piazze finanziarie europee hanno perso mediamente quasi il 2%, tra cui spicca il -7,5% accusato da Milano. Certo, il mercato azionario e obbligazionario britannico si sta giovando del crollo del cambio, che contro il dollaro segna un -11,5% dal 23 giugno ad oggi, mentre contro l’euro cede l’8%.

La sterlina più debole rende meno cari i titoli della City e anche potenzialmente più allettanti, in prospettiva di un rafforzamento futuro del cambio.

Tuttavia, non è questa l’unica ragione a spiegare l’ottima reazione dei mercati alla Brexit a Londra.

Bond UK ai massimi, crisi finanziaria è a Bruxelles

Vi ricordate gli allarmi della vigilia? Se il Regno Unito esce dalla UE, i suoi rendimenti sovrani saliranno e aumenterà il costo di rifinanziamento del debito in scadenza, generando nuova austerità necessaria nel paese. Si è verificato esattamente il contrario: la fuga degli investitori verso gli assets a rischio ha incrementato la domanda di bond UK, più che dimezzando i loro rendimenti decennali allo 0,78% attuale, così come i titoli a 2 anni rendono lo 0,15%, meno di tre volte dello 0,51% del 23 giugno scorso. Per non parlare dei bond di durata cinquantennale, che oggi rendono appena l’1,43%, in netto calo dal 2,25%.

Queste cifre dimostrerebbero come la Brexit non stia provocando una crisi di fiducia verso Londra, nonostante l’annuncio di diverse società multinazionali di volere spostare la loro sede altrove. Tuttavia, il vero risultato delle prime tre settimane post-Brexit (virtuale) sta nel fatto che a parlare di salvataggi e di rischio di crisi finanziaria non sia Londra, bensì Bruxelles.

 

 

 

Terremoto politico a Londra

Come mai questo paradosso? Perché se ad uscire dalla UE sono i britannici, a pagare il conto sembrano essere coloro che sono rimasti? Come vi abbiamo dimostrato in un altro articolo, le prime cinque economie della UE-27 (Germania, Francia, Italia, Spagna e Olanda) esportano verso Londra merci e servizi per 100 miliardi di euro in più di quanto importino da essa.

In poche parole, la possibile fine del mercato comune con il Regno Unito danneggerebbe commercialmente più noi che le imprese britanniche. Ma i timori sul commercio sono solo la punta di un iceberg. Se la Brexit sta provocando un terremoto politico a Londra, tra cambio di leader dei conservatori e di governo, rivolta interna ai laburisti contro il segretario Jeremy Corbyn, dimissioni del leader dell’Ukip, Nigel Farage, richiesta di un secondo referendum sull’indipendenza della Scozia da parte del primo ministro di Edimburgo, Nicola Sturgeon, a Bruxelles si registra una crisi ben più grave.

Ma crisi UE appare molto più grave

La Commissione europea è retta da un Jean-Claude Juncker ormai mollato dagli stessi tedeschi, che pure lo vollero appena due anni fa nella sua carica attuale; richieste di referendum sulla permanenza nella UE si hanno anche in stati-chiave, come Olanda e Francia, da parte dei partiti dell’ultra-destra; la ripetizione dei ballottaggi delle elezioni presidenziali in Austria potrebbero vedere vittorioso il candidato della destra anti-UE, Norbert Hofer; il governo italiano s’indebolisce ogni giorno di più, sotto i colpi adesso anche di una crisi bancaria potenzialmente esplosiva; il presidente francese, François Hollande, è ormai politicamente un morto che cammina, sicuro sconfitto persino al primo turno delle prossime elezioni presidenziali, in agenda nel maggio 2017; Berlino prova a scavalcare la Commissione su tutti i dossier significativi, chiedendo un “approccio intergovernativo” a detrimento dei poteri di Bruxelles, mentre Polonia e Repubblica Ceca chiedono formalmente le dimissioni di Juncker.

Come sempre, i mercati si appigliano alle poche certezze avvertibili a naso e l’Europa non ne offre alcuna, contrariamente a Londra, che pur tra turbolenze politiche, si conferma una capitale attenta alle ragioni del business, quanto meno nella volontà di minimizzare i danni, come con l’ultima proposta del Tesoro di tagliare le imposte sulle imprese al 15%.

 

 

Obiettivo: difendere mercato comune

C’è, infine, un auspicio per chi investe, ovvero che Londra non perda l’accesso al mercato comune, restandone ancorata, secondo un modello di tipo norvegese. La prospettiva appare più alla portata sotto la premiership di May. Se così fosse, il saldo della Brexit sarebbe ancora più negativo per la UE, perché contestualmente all’allentamento delle tensioni nella City, le borse del Vecchio Continente continuerebbero a scontare il rischio di disgregazione delle istituzioni comunitarie, date le divergenze crescenti e profonde tra gli stati membri sulla gestione di tutti i principali dossier di crisi.

 La Brexit ha messo a nudo le criticità di Bruxelles, i nodi sono arrivati tutti al pettine.

 

 

 

 

 

 

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