Brexit al via e ora la UE deve riflettere sul suo futuro

La Brexit ha inizio. Londra invia a Bruxelles la lettera sul divorzio e la UE s'interroga sul proprio futuro. Vediamo gli scenari.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La Brexit ha inizio. Londra invia a Bruxelles la lettera sul divorzio e la UE s'interroga sul proprio futuro. Vediamo gli scenari.

Il governo di Theresa May ha puntualmente inviato al presidente della UE, Donald Tusk, una lettera di sei pagine, nella quale lo informa della volontà di uscire dalle istituzioni comunitarie, dando seguito alla cosiddetta Brexit. In apertura del testo, si legge: “Il 23 giugno dello scorso anno, il popolo del Regno Unito ha votato per abbandonare l’Unione Europea. Come ho già detto, la decisione non implica un rifiuto dei valori, che condividiamo in qualità di europei. Né è stato un tentativo di danneggiare l’Unione Europea o uno dei suoi membri. Al contrario, il Regno Unito desidera che la UE sia prospera e abbia successo. Invece, il referendum è stato un voto per ripristinare, come vediamo, la nostra auto-determinazione. Stiamo lasciando la UE, ma non l’Europa e vogliamo restare legati come partner e alleati ai nostri amici di tutto il continente”. (Leggi anche: Brexit, domani scatta l’ora X: ecco i 4 scenari principali)

Con queste parole, inizia il negoziato per le pratiche del divorzio, che certamente muteranno gli equilibri all’interno dell’Europa e l’immagine stessa della UE nel mondo. Ma come? Partiamo da una constatazione: l’economia britannica è oggi la seconda più grande nel continente dopo la Germania. Se riuscisse a mantenere i tassi di crescita attuali, di poco superiori a quelli tedeschi, entro il 2030 potrebbe diventare la maggiore per dimensioni. Va da sé, che una UE priva della principale economia europea (o, in ogni caso, della seconda più grande) non potrebbe considerarsi rappresentativa di tutto il continente, semmai di una parte significativa di esso.

Legami commerciali UK-UE già allentati

Sul piano delle relazioni commerciali, già oggi le esportazioni britanniche verso il resto della UE risultano di molto diminuite sul totale del paese rispetto a una decina di anni fa, scendendo dal 55% al 44%. Il declino è interessante, perché è avvenuto, mentre il Regno Unito era ancora nella UE. Come dire, che i legami economici tra Europa continentale e Oltremanica si stiano allentando da tempo e non per ragioni geo-politiche.

Londra registra un deficit commerciale di 100 miliardi di euro all’anno con la UE, ragione per cui dovrebbero essere maggiormente preoccupati dell’eventuale addio dei britannici anche al mercato comune le altre principali economie europee, come Germania, Italia, Francia, Olanda e Spagna. I soli tedeschi vantano un surplus commerciale annuo di circa 50 miliardi verso il Regno Unito, pari a quasi un quinto del totale e all’1,5% del loro pil. (Leggi anche: Brexit, linea dura contro Londra mette a rischio 100 miliardi)

La scarsa forza militare della UE

Una UE senza il Regno Unito sarà certamente più debole sul piano militare e l’amministrazione Trump metterà il dito nella piaga, facendo notare a Bruxelles, più di quanto non abbia già fatto in poche settimane dall’insediamento, il livello infimo delle spese militari europee, rispetto al target NATO del 2% del pil. I 27 stati rimanenti della UE spendono all’anno qualcosa come 150 miliardi, qualcosa come poco superiore all’1% del pil dell’area.

Il confronto con le altre due grandi potenze economico-militari del pianeta è negativo: gli USA spendono 600 miliardi di dollari, 3 volte tanto in rapporto al loro pil, mentre la Cina si ferma ancora sullo stesso livello della UE, ma già quest’anno ha aumentato il budget dedicato alla difesa del 7%, incrementi impensabili nell’Europa odierna, dove a spendere maggiormente è proprio il Regno Unito con circa 55 miliardi. (Leggi anche: Spese militari, quanto ci costa se Trump taglia i fondi NATO)

UE al bivio: più o meno integrazione

La UE rischia di essere, quindi, un nano militare e una potenza economica monca, specie se Londra conserverà la sua capacità di attirare capitali stranieri e di fungere da hub finanziario internazionale, cosa che le altre principali capitali borsistiche, come Francoforte, Parigi e Milano non segnalano di essere, zavorrate da una legislazione molto meno favorevole al trading e da una cultura di gran lunga meno liberale di quella britannica sul tema.

Il futuro della UE dipenderà molto dalla sua capacità di rilanciarsi o meno sul piano geo-politico. L’ipotesi di un’Europa a più velocità non sarebbe altro che il tentativo del duo franco-tedesco di accelerare l’integrazione tra i paesi “core” della UE, anche perdendo per strada altri pezzi, pur rimanendo questi in una sfera della UE stessa meno vincolante. Pochi, ma più coesi, insomma, anche se non è detto che il progetto si renda possibile, specie se le elezioni in Francia vedessero la vittoria di Marine Le Pen. (Leggi anche: Europa a due velocità, spiegate a Gentiloni che non saremo in prima classe)

Il rischio di un declino UE

Gli altri due scenari alternativi sarebbero una UE molto più debole di oggi, disgregata e caratterizzata da un ritorno alle dimensioni nazionali delle sue economie e una sostanzialmente simile a quella attuale, ovvero attraversata da continue frizioni tra Nord e Sud, Est ed Ovest, priva di una piena legittimazione democratica e destinata, pertanto, a diventare sempre più insignificante sul piano dei rapporti con le altre super-potenze.

 

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Argomenti: Brexit, Economia Europa

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