Brexit, May nei guai sulle dimissioni di Davis e la sterlina non prezza il rischio caos

Il governo di Londra traballa sulla Brexit. Si dimette proprio il ministro per la gestione dell'uscita del Regno Unito dalla UE e la premier Theresa May perde sempre più credibilità.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il governo di Londra traballa sulla Brexit. Si dimette proprio il ministro per la gestione dell'uscita del Regno Unito dalla UE e la premier Theresa May perde sempre più credibilità.

Il ministro per la Brexit, David Davis, si è dimesso dal governo di Londra e ha scritto una lettera alla premier Theresa May, nella quale spiega il passo indietro con la mancata condivisione della sua politica “morbida” sull’uscita del Regno Unito dalla UE. Al suo posto, è stato nominato Dominic Raab, attuale ministro dell’Edilizia. Altri due membri dell’esecutivo risulterebbero essersi dimessi, ovvero i sottosegretari Suella Braverman e Steve Baker. Cos’è successo? Tra pochi giorni, Londra dovrà presentare a Bruxelles l’offerta su cui intende negoziare il divorzio dalle istituzioni comunitarie. In esso, la May ha già previsto che il Regno Unito resti nel mercato unico europeo, in modo che le sue imprese continuino ad avere accesso ai consumatori del resto del continente senza l’imposizione di dazi e barriere non tariffarie. In cambio, chiederà diverse concessioni, tra cui verosimilmente la mancata libera circolazione delle persone. Per i sostenitori più virulenti della Brexit del Partito Conservatore, tra cui Davis, si tratta di un tradimento delle ragioni del referendum di due anni fa.

Venerdì scorso, la May aveva chiarito ai componenti del suo gabinetto che non avrebbe accettato alcuna ribellione interna contro il suo piano di “soft Brexit”. Da qui, le dimissioni del ministro, non intenzionato ad avallare la permanenza del legame stretto tra Londra e Bruxelles anche dopo l’addio alla UE. Già nei mesi scorsi, il governo britannico aveva dovuto ingoiare il rospo sull’“Irish border”, ovvero sulla richiesta dei partner europei di non separare “fisicamente” le due Irlande con il ripristino dei controlli alle frontiere, cosa che rischierebbe di provocare nuove tensioni nel fragile equilibrio politico-diplomatico che vige sull’isola. La soluzione individuata apparentemente dalla May consisterebbe nel restare nel mercato unico delle merci, ma non in quello dei servizi. Il problema che si troverà quasi certamente ad affrontare dalle prossime settimane sta nel rifiuto che Bruxelles ad oggi ha sempre riservato a ipotesi opportunistiche o dette anche da “cherry pickers”. Chi vuole restare nel mercato unico, ha sempre ribadito il capo-negoziatore per la UE, Michel Barnier, dovrà accettarne le regole integralmente, non scegliendo quelle che più pensa gli convengano.

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Dal punto di vista delle istituzioni comunitarie, spingere contro soluzioni à la carte equivale a una questione di vita o di morte, altrimenti rischiano di trovarsi dinnanzi a richieste specifiche da parte dei restanti 27 membri della UE, mandando in frantumi la costruzione europea, che già vacilla di suo. Tuttavia, l’ala più filo-Brexit del governo britannico teme che di cedimento in cedimento, Downing Street finisca con l’accettare una permanenza mascherata del Regno Unito nella UE. A guidare la rivolta vi è il ministro degli Esteri, Boris Johnson, che non ha deciso ad oggi di dimettersi, conformandosi alle indicazioni della May. Egli ambisce apertamente a succedere alla premier da posizioni più di destra.

Disastro May con le elezioni non vinte

L’indebolimento della premier è evidente dal giugno dello scorso anno, quando si celebrarono le elezioni generali chieste e ottenute a sorpresa un mese prima dalla stessa e che, in teoria, avrebbero dovuto rafforzare la maggioranza al Parlamento di Westminster, mentre clamorosamente sono finite per farla perdere ai Tories, nonostante i sondaggi della vigilia li dessero in vantaggio record di oltre una ventina di punti percentuali sui Labour, dati praticamente quasi per scomparsi sotto la leadership di Jeremy Corbyn. Da allora, i conservatori hanno bisogno degli unionisti protestanti irlandesi (DUP) per governare e sul piano politico la May è considerata un’anatra zoppa, reale causa della batosta elettorale per via dell’assenza di empatia che la contraddistingue. Solo il 29% dei sudditi di Sua Maestà crede che ella sia in grado di gestire bene le trattative sulla Brexit, secondo un sondaggio pubblicato oggi da ORB. La percentuale era al 55% nella prima metà del 2017.

Diversi gli scenari possibili. Il primo sarebbe quello più traumatico per Londra e Bruxelles, ovvero la caduta dell’attuale governo con l’avvicendamento a Downing Street tra May e Johnson. Una siffatta soluzione, però, rischierebbe di esacerbare lo scontro con la UE, indebolendo lo stesso nuovo premier, già sindaco di Londra, che si ritroverebbe a guidare in Parlamento una maggioranza fragile nei numeri e nella sostanza, dato che le posizioni pro “hard Brexit” parrebbero ad oggi minoritarie tra gli stessi deputati conservatori. E allora, un simile scenario contemplerebbe anche l’ipotesi di elezioni anticipate, le seconde in poco più di un anno. E possiamo scommettere che Johnson starebbe valutando il momento più ideale per fare cadere la May e tornare alle urne, confidando nella sua maggiore popolarità.

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Gli scenari a Londra

Per contro, la May potrebbe restare in sella almeno fino al marzo dell’anno prossimo, quando il negoziato con la UE sulla Brexit si sarà concluso. Johnson preferirà probabilmente farle fare il lavoro sporco e solo successivamente le prenderebbe il posto. Dopo gli esiti elettorali disastrosi di un anno fa, del resto, pare che questo sia lo scenario più pacifico. Il benservito le sarebbe mostrato, dunque, solo quando avrà portato a termine le trattative con Bruxelles, sempre che si mostri in grado di raggiungere un accordo. A tale riguardo, “no deal is better than a bad deal” (“un non accordo sarebbe migliore di uno cattivo”) sostengono i Breexiteers più veraci nel governo.  Lasciare la UE senza un’intesa sul dopo, però, viene considerata l’ipotesi più tragica per l’economia britannica, con le sue imprese a restare escluse dal mercato unico e senza essere preparate per una simile prospettiva.

Se entro le prossime ore non arriverà alcun colpo di grazia da Johnson per la tenuta del governo, la May tirerà a campare fino alla fine del prossimo inverno. La sua credibilità di leader in patria e all’estero, tuttavia, non farà che scemare, anche agli occhi dell’amministrazione Trump, con cui la premier britannica ha stabilito un rapporto ambiguo, caratterizzato da apparenti sintonie per reciproco interesse e liti a mezzo social. E il presidente americano è di quelli che non ama trattare con figure deboli. Un’altra ragione per credere che, comunque vada, Downing Street dovrebbe cambiare inquilino da qui a non molti mesi. Londra avrà bisogno di Washington per ottenere un accordo commerciale di libero scambio tra le due economie e la May ad oggi non pare sia in grado di trattare con convinzione con la Casa Bianca. La sterlina non sta ancora captando l’incertezza, se è vero che oggi rosicchia qualche decimale al dollaro, salendo a un tasso di cambio sopra 1,33, ai massimi da quasi un mese, seppure in calo del 7% rispetto ai massimi post-Brexit, toccati in aprile. Evidentemente, i mercati per adesso non scontano alcun cambio della guardia e confidano che un’anatra zoppa possa far incassare per il Regno Unito un accordo sulla Brexit migliore, dal loro punto di vista, rispetto a quello che un eventuale premier Johnson tratterebbe.

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Argomenti: Brexit