Brexit, Londra sarà paradiso fiscale? La minaccia della May spaventa la Germania

La Brexit rischia di essere un incubo per la UE. Londra minaccia di diventare un paradiso fiscale per le imprese. La Germania ha paura.

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La Brexit rischia di essere un incubo per la UE. Londra minaccia di diventare un paradiso fiscale per le imprese. La Germania ha paura.

Tanti gli spunti del discorso tenuto oggi dal premier britannico Theresa May al World Economic Forum di Davos, in Svizzera, che arriva a distanza di appena due giorni da un altro storico discorso in patria della stessa, quello passato anche come l’avallo del suo governo a una “hard” Brexit, rivendicando il diritto di Londra a controllare i flussi migratori e lanciando la sfida della “Global Britain”, ovvero l’apertura al mondo del Regno Unito con l’uscita dalla UE. Tra le nevi alpine, la May ha puntato sulla necessità che la globalizzazione possa essere utile a tutti, che sia inclusiva, esaltando i benefici del libero commercio e le virtù del capitalismo, che hanno liberato milioni di persone dalla povertà, spingendole verso la prosperità.

Ma l’aspetto più importante della strategia di Londra non è stato sfoggiato a Davos, bensì è contenuto nell’intervista concessa qualche giorno fa dal Cancelliere Philip Hammond, il ministro dell’Economia del governo May, al quotidiano tedesco Welt am Sonntag. In quell’occasione, il braccio destro del premier britannico ha voluto sfatare il mito della Brexit come reazione alla globalizzazione, sostenendo che, anzi, l’uscita del Regno Unito dalla UE viene accompagnata da discorsi su accordi commerciali con le principali potenze straniere. (Leggi anche: Hard Brexit, boom sterlina: Londra fuori anche da mercato comune)

Contro uscita dal mercato comune un paradiso fiscale

Hammond ha rifiutato anche le accuse proveniente da Bruxelles, ovvero che il suo governo ambirebbe a un accordo opportunistico (da “cherry picker”), chiedendo se opportunisti possano considerarsi la Corea del Sud o il Canada, quando stringono alleanze commerciali con la UE. Ma è quando arriva da parte del giornalista la domanda sulla volontà di Londra di trasformarsi in un paradiso fiscale, che la risposta diventa assai interessante.

L’uomo inizia da una constatazione: l’economia britannica sarebbe un modello a metà tra gli USA, in termini di apertura al libero mercato, e l’Europa, come struttura sociale. E spiega di essersi battuto per restare nella UE, proprio per conservare questo modello europeo. Tuttavia, avverte che se le condizioni dovessero cambiare, se “alcune forze” spingeranno perché non sia più possibile conservarlo, Londra dovrà adeguarsi a un’altra realtà. Alla domanda su quali siano queste forze, replica che si riferisce al mancato accesso delle imprese britanniche al mercato comune. (Leggi anche: Brexit, mercato comune e tasse: come Londra stenderebbe la UE)

 

 

 

 

Germania teme hard Brexit

Hammond minaccia senza alcuna ipocrisia la volontà del suo governo di abbassare (o azzerare?) le imposte sulle imprese, nel caso in cui non fosse loro più consentito di accedere al mercato comune per vendere i loro prodotti. In sostanza, il Regno Unito cercherebbe di rimanere allettante per gli investitori, trasformandosi in un “paradiso fiscale” e facendo così concorrenza al resto d’Europa, dove notoriamente il peso della tassazione su famiglie e imprese è e resta elevato.

La Germania replica alle dichiarazioni di Hammond con la richiesta del governo di Berlino a Londra di non ipotizzare uno scenario simile. La cancelliera Angela Merkel è in difficoltà, perché deve da un lato garantire la compattezza della UE contro Londra nella gestione del dossier Brexit su una posizione rigida, dall’altro avverte che gli elettori e il mondo economico tedesco vorrebbero una soluzione di compromesso con la May, al fine di non mettere a repentaglio le proprie esportazioni verso il Regno Unito, che ammontano a una cinquantina di miliardi all’anno, al netto delle importazioni. (Leggi anche: Industria auto Germania in pressing sulla Merkel: no hard Brexit)

Londra minaccia la concorrenza fiscale

Frau Merkel desidererebbe che la collega britannica non desse inizio alle trattative con Bruxelles prima delle elezioni federali in Germania a settembre, ma con il discorso di martedì scorso è stata di fatto spianata la strada per l’attivazione della clausola contenuta nell’art.

50 del Trattato di Lisbona, avviando entro marzo le procedure per l’uscita del Regno Unito dalla UE.

Londra può colpire laddove Bruxelles non sarebbe in grado di replicare: le tasse. Se si scatenasse una concorrenza fiscale, i paesi europei non sarebbero in grado di inseguire i britannici oltre un certo punto. Si pensi all’Italia, dove l’IRES è stata a fatica tagliata al 24,5% e dove non si riesce da anni a ridurre l’IRAP, che grava sulle imprese per circa 35 miliardi all’anno. (Leggi anche: Londra paradiso fiscale dopo Brexit?)

 

 

 

Rischi per la UE da elezioni in stati chiave

Ulteriori margini per ridurre le aliquote sarebbero difficili da trovare, data l’incapacità mostrata dai nostri governi da decenni nel tagliare la spesa pubblica oltre certi limiti. E in deficit non sarebbe possibile finanziare alcun programma credibile di abbassamento della pressione fiscale. Il discorso varrebbe un po’ per tutte le principali economie europee, ad eccezione della Germania, ma che segnala da tempo di essere indisponibile a intraprendere la strada del taglio drastico delle tasse per stimolare la sua crescita.

Sarà questa una delle principali armi negoziali del governo May nei prossimi mesi, quando inizierà il negoziato con la Commissione Juncker, gestito dall’ex premier belga Guy Verhofstadt. Dalla sua, Londra avrà anche l’amministrazione Trump, che ha già espresso l’intenzione di giungere in tempi molto brevi a un accordo commerciale con l’economia britannica. Le armi della UE, invece, rischiano di essere spuntate. Nei prossimi mesi si vota in Olanda, Francia e Germania e gli euro-scettici avanzano in ciascuna di queste tre realtà, oltre che in Italia. Bruxelles potrebbe non avere nemmeno il tempo di dedicarsi troppo a contrastare le pretese di Londra, travolta da una possibile ennesima ondata di rigetto elettorale in tutti i suoi stati-chiave.

(Leggi anche: Euro-scettici avanzano in tutta la UE)

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