Brexit: le dimissioni di Theresa May avvicinano l’accordo, ma il caos con l’Europa è solo iniziato

Theresa May promette che si dimetterà non appena il suo accordo sulla Brexit verrà approvato. L'ala più dura dei Tories si mostra propensa a votarlo, ma i rischi di caos con la UE non sembrano affatto finiti. Anzi!

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Theresa May promette che si dimetterà non appena il suo accordo sulla Brexit verrà approvato. L'ala più dura dei Tories si mostra propensa a votarlo, ma i rischi di caos con la UE non sembrano affatto finiti. Anzi!

E’ stata una Theresa May inusitatamente emozionata quella che ieri pomeriggio ha promesso ai suoi colleghi di partito di dimettersi subito dopo che venisse approvato l’accordo sulla Brexit. La sua è stata quasi una supplica rivolta all’ala più intransigente dei Tories, affinché non mettano a rischio l’uscita dalla UE e appoggino il piano faticosamente raggiunto dopo lunghe trattative con la Commissione europea.

Già prima, Jacob Rees-Mogg, uno dei leader pro-Brexit più agguerriti, aveva sostenuto che la scelta d’ora in avanti sarebbe tra un “cattivo accordo”, che si potrebbe sempre migliorare, e la “non Brexit”. Subito dopo il discorso della premier, un altro suo rivale interno, l’ex sindaco di Londra e già ministro degli Esteri, Boris Johnson, ha annunciato che appoggerà l’accordo.

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In verità, la May ha promesso che si dimetterà anche in assenza di sostegno al suo piano, bocciato a larga maggioranza in Parlamento per ben due volte in due mesi. Come avevamo previsto, pur di non mettere a rischio l’uscita dalla UE, alla fine l’ala più dura dei Tories sosterrà l’accordo, intravedendo tra le alternative un rinvio lungo della data per la Brexit, fissata per il momento al 12 aprile, cioè due settimane dopo i termini inizialmente previsti per domani.

Cosa succede in Parlamento?

Si fa presto a dire, però, che è fatta. Gli alleati del DUP, gli unionisti nordirlandesi, hanno fatto sapere che non ci pensano nemmeno a votare il piano May, visto che contiene la permanenza dell’Irlanda del Nord a tempo indefinito nel mercato comune, assegnandole di fatto uno status speciale e separandola dal resto del Regno Unito. E lo stesso Rees-Mogg ha dichiarato che senza il sostegno indispensabile dei 10 deputati del DUP, nemmeno egli stesso voterebbe l’intesa. In tutto, i convinti a votare l’accordo con la UE sarebbero una quarantina sui 70 “ribelli” Tories, un numero insufficiente a garantire l’approvazione, tranne che almeno una parte dell’opposizione laburista si convincesse ad appoggiarlo.

Ieri, il Parlamento di Westminster ha discusso i cosiddetti “voti indicativi”, che possiamo definire orientamenti sulla Brexit non vincolanti per il governo, ma che in teoria avrebbero dovuto segnalare l’esistenza di un piano alternativo possibile a quello della May. L’esito è stato inconcludente in ogni caso, non essendo stata raggiunta alcuna maggioranza. Due sono state le proposte che vi si sono avvicinate di più: mantenere il Regno Unito nell’unione doganale con la UE (264 a favore e 272 contro); obbligo di referendum su qualsiasi accordo sulla Brexit (268 favorevoli e 295 contrari). In pratica, non è emerso alcun orientamento chiaro, se non la bocciatura a larghissima maggioranza delle proposte di far parte dell’EFTA o dello Spazio Economico Europeo.

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I rischi non svaniti per la UE

L’esito di questi voti indicativi favorirebbe la May, segnalando ai deputati l’inesistenza di un piano alternativo. Tra i banchi delle opposizioni potrebbero convincersi che meglio sarebbe optare per una Brexit, tutto sommato, “soft”, anziché rischiare di dare fuoco alle polveri nel caso di una terza bocciatura. Ma nulla è scontato. Anche ammesso che domani, data probabile della votazione, Downing Street incassasse il risultato, siamo sicuri che ciò voglia dire che il Regno Unito uscirà dalla UE con un accordo? In teoria, sì. Nella pratica, molti “hard Brexiteers” starebbero ipotizzando un appoggio solo formale, finalizzato a mettere in cassaforte l’uscita dalla UE. Il giorno dopo che la Brexit fosse realtà, però, il nuovo governo rimetterebbe tutto in discussione, non temendo a quel punto di rimanere intrappolato nelle istituzioni comunitarie.

Molto dipenderà, in effetti, anche da chi succederà alla May. Se l’accordo fosse approvato, probabile che a Downing Street entri un premier meno malleabile con Bruxelles, cioè un membro più spostato a destra. Tra i papabili vi sarebbe lo stesso Johnson, forse il più popolare tra i leader conservatori. Ad avviso di chi scrive, però, l’ex sindaco della capitale non riterrebbe opportuno “bruciarsi” la carriera politica, facendo il premier senza essere prima passato per il plebiscito elettorale, anche perché chi verrà dopo la May avrà il difficile compito di guidare il Regno Unito nella fase complicata del ritorno alla “sovranità” nazionale.

Ad ogni modo, il declino rapido della seconda premier donna non può che creare apprensione nella UE, dove non si potrà confidare verosimilmente in un successore ugualmente propenso al dialogo. L’unica speranza per Bruxelles sarebbe che a Londra gli eventi portassero ad elezioni anticipate e vincessero i laburisti, le cui posizioni oscillano tra “soft Brexit” e nuovo referendum.

Non sembra che i mercati stiano scontando lo scenario peggiore, se è vero che la sterlina guadagna quest’anno più del 3% contro il dollaro e l’Ftse 100 della Borsa di Londra mette a segno un buon +7,5%. Anche contro l’euro, la valuta britannica guadagna il 4,3%. Sembra che ad essere più preoccupati siano al momento più gli europei continentali, che del resto vedono a rischio parte dei loro surplus commerciali, tra cui la Germania, che su base annua registra avanzi nell’ordine di almeno 30 miliardi.

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