Brexit, le bugie che hanno portato Johnson alla vittoria e fatto crollare il “muro rosso”

Le elezioni britanniche hanno esitato la netta vittoria dei Tories di Boris Johnson e la dura sconfitta dei laburisti e, in generale, di tutta la sinistra europea in fuga dalla realtà. E così è caduto persino il "red wall" in diverse aree dell'Inghilterra.

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Le elezioni britanniche hanno esitato la netta vittoria dei Tories di Boris Johnson e la dura sconfitta dei laburisti e, in generale, di tutta la sinistra europea in fuga dalla realtà. E così è caduto persino il

Quando giovedì sera, la Bbc ha diramato i primi “exit poll” sui risultati alle elezioni generali nel Regno Unito, in moltissimi hanno masticato amaro. Boris Johnson si apprestava a ottenere una vittoria schiacciante, conquistando il maggior numero di seggi per il Partito Conservatore sin dal 1987, anno in cui Margaret Thatcher trionfò per la terza volta di fila.

Tutte le bugie raccontate in tre anni e mezzo da presunti esperti di politica estera e analisti economici di mezzo mondo si erano frantumate in mille pezzi. La realtà aveva appena prevalso, ancora una volta, su come la si voleva raccontare e distorcere.

Quel leitmotiv per cui “i britannici si sono pentiti della Brexit” si è rivelato falso. Non è stato un colpo a sorpresa, se si pensa che dopo il referendum del giugno 2016, i sudditi di Sua Maestà erano già tornati a votare su base nazionale altre due volte: nel giugno 2017 alle elezioni generali e nel maggio 2019 alle europee. Nel primo caso, i Tories ottennero la maggioranza relativa dei seggi, perdendo quella assoluta, ma riuscendo a mantenere il controllo del Parlamento grazie agli alleati euro-scettici del DUP, gli unionisti nord-irlandesi. Nel secondo, a trionfare fu il Brexit Party di Nigel Farage, già dal nome tutto un programma. Puniti per la loro ambiguità nella primavera scorsa erano stati proprio i conservatori di Theresa May, premier senz’anima e pavida, altro che nuova Lady di Ferro!

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La caduta del “muro rosso”

Giovedì sera, sugli schermi delle TV britanniche la cartina elettorale veniva parzialmente stravolta. Per la prima volta, cadeva il “red wall”, quel muro rosso di collegi storicamente laburisti, considerati roccheforti per la sinistra UK. Invece, nel Nord-Est dell’Inghilterra si colora di blue per la prima volta il seggio di Redcar; nel Nord-Ovest è Leigh a far vincere i Tories dopo 97 anni; nell’East Midlands, i Tories si prendono Bassetlaw; nel West Midlands è il turno di Dudley North; nell’East, di poco prevalgono i candidati conservatori nei seggi di Ipswich e Petersborough; nel West crolla Stroud, mentre a Londra i Tories strappano ai Labour solo Kensington.

Il popolo non si era ravveduto, come molti opinionisti si affannavano da tempo a spiegare sulla base di manifestazioni rumorose di piazza e di sondaggi su commissione. Il popolo britannico aveva votato a lieve maggioranza per la Brexit tre anni e mezzo fa e aveva ribadito questo suo convincimento, comunque lo si giudichi, in ogni occasione utile. Ad essere stati puniti sono finiti non solo i laburisti, ambigui sull’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, bensì pure i liberaldemocratici, il cui numero di seggi conquistato si dimezza e il leader Jo Swinson perde il proprio in Scozia, dopo avere proposto in campagna elettorale il ritiro unilaterale della Brexit da parte di Londra.

Il mancato rispetto della volontà popolare era stato motivo di disappunto degli elettori anche nei confronti della May due anni e mezzo fa. Stavolta, i Tories si sono affidati a una leadership decisa sul tema e non solo. I risultati elettorali non si spiegano esclusivamente con la Brexit, ma anche con il menu di politica economica proposto. I laburisti di Jeremy Corbyn avevano pensato di recuperare il consenso perduto sterzando a sinistra, quella di 30 o 40 anni fa, però. Hanno proposto più tasse, un piano di nazionalizzazioni, più stato e meno mercato e nella patria del capitalismo sono stati snobbati persino nelle loro roccheforti storiche.

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La lezione delle elezioni UK

La risposta alla Brexit, come da anni ci propinano orde di sostenitori del Remain, non sarebbe, quindi, una politica improntata all’egualitarismo, respinta nettamente dagli elettori il 12 dicembre scorso, i quali hanno premiato una proposta mirante ad abbassare il livello della tassazione e ad alzare gli investimenti in infrastrutture (+20 miliardi di sterline all’anno) e la sfera di libertà dell’individuo, oltre che decisionale delle istituzioni nazionali riguardo ai temi di portata internazionale.

Ha vinto il principio di sussidiarietà e ha perso la tendenza socialista a relegare l’individuo in una sfera decisionale quasi marginale, accentrandola nelle mani del governo di Londra da un lato e di Bruxelles dall’altro.

Se possiamo ricavarne una lezione anche per l’Italia, diremmo che le elezioni UK abbiano chiarito che: le minoranze, per quanto rumorose, restano tali; stravolgere la realtà per dipingerla secondo i propri desideri non serve a conquistare consensi, né a mantenere quelli che già si posseggono; infine, la sinistra ha perso ogni connessione con gli strati sociali della cui rappresentanza d’interessi era nata e continua a propugnare soluzioni divergenti da quelle richieste dalla base di riferimento, finendo per criminalizzare gli elettori stessi con l’evocazione sempre più patetica di presunti pericoli fascisti, nazionalisti e “populisti”, quasi come per un esercizio di training autogeno del tutto inutile.

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